IL TRIBUNALE MILITARE
   Ha  pronunciato  nella  pubblica  udienza  del  7  ottobre  1998 la
 seguente ordinanza nel procedimento a carico di Gilardi  Denis,  nato
 il  24  dicembre  1977  ad  Asolo  (Treviso)  e residente a Fontaniva
 (Padova) in via Marconi n. 6, imputato del reato p.e.p. dall'art.  8,
 della legge n. 772/1972 e successive modifiche perche', recluta nel 1
 Rgt.   Ftr. "San Giusto" di Trieste, il 16 luglio 1997, nella caserma
 sede del predetto reparto, rifiutava prima di assumerlo, il  servizio
 di  leva, omettendo di indossare l'uniforme adducendo imprescindibili
 motivi di  coscienza,  basati  su  profondi  convincimenti  morali  e
 filosofici.
   Rilevato  che  il reato per cui si procede nei confronti di Girardi
 Denis, a seguito della entrata in vigore della legge 8  luglio  1998,
 n.  230,  deve inquadrarsi nella ipotesi di cui all'art. 14, comma 2,
 della indicata legge, attesa la identita' degli elementi costitutivi;
   Considerato che la nuova  legge  sull'obiezione  di  coscienza,  al
 comma  3  del citato art. 14, attribuisce al pretore del luogo ove il
 servizio di leva doveva essere svolto, la competenza a giudicare  dei
 reati  in  questione  e  che,  pertanto,  in stretta applicazione del
 principio della immediata operativita' delle disposizioni processuali
 e in  assenza  di  norme  transitorie  derogatorie,  rientrano  nella
 giurisdizione dell'autorita' giudiziaria ordinaria sia le fattispecie
 verificatesi in data successiva all'entrata in vigore della legge sia
 quelle  realizzate in data antecedente per cui il procedimento penale
 risulti ancora pendente;
   Valutato che e' rilevante, nel giudizio  in  corso,  verificare  se
 quanto  disposto  dall'art.  14, comma 3, della legge n. 230/1998 sia
 costituzionalmente illegittimo, per le evidenti conseguenze circa  la
 individuazione della autorita' giurisdizionale competente;
   Considerato  che  le  parti hanno cosi' concluso: il p.m. chiedendo
 che venga  sollevata  la  questione  di  legittimita'  costituzionale
 dell'art.    14,  comma  3,  della  legge  n.  230/1998  e  la difesa
 associandosi a tali richieste, il tribunale osserva quanto segue.
   Il Collegio ritiene che la questione di legittimita' costituzionale
 dell'art. 14, comma 3, della legge n. 230/1998,  sollevata  dal  p.m.
 non  sia  manifestamente infondata per contrasto con gli artt. 2, 25,
 primo comma, e 103, terzo  comma,  della  Costituzione  nei  seguenti
 termini.
   Preliminarmente  occorre  rilevare  che  la ipotesi di reato di cui
 all'art. 14, comma 2, della  indicata  legge,  per  i  suoi  elementi
 costitutivi  e  le  modalita' di esecuzione, nonche' per la sanzione,
 non differenzia, sostanzialmente, da quella precedentemente  prevista
 dall'art.  8, secondo comma, della legge n. 772/1972 come specificata
 dagli interventi della Corte costituzionale.
   Con la citata  disposizione  viene  punito  colui  che  rifiuta  il
 servizio  militare,  prima o dopo averlo assunto, adducendo motivi di
 coscienza.
   Tale fattispecie di reato, come quella di cui  all'art.  8  citata,
 configura un'ipotesi di reato militare, che puo' essere commesso solo
 da soggetto appartenente alle Forze armate.
   Quanto   alla   natura  di  reato  militare  della  fattispecie  in
 questione, cio' si sostiene in considerazione del fatto che la  legge
 n. 230/1998 disciplina lo svolgimento di un servizio di leva, seppure
 diverso da quello armato, e prevede all'art. 14, una ipotesi di reato
 che  intende  impedire la realizzazione di una condotta violatrice di
 interessi militari.
   In merito, in virtu' di quanto disposto dall'art. 37  c.p.m.p.,  si
 considera reato militare ogni violazione della legge penale militare,
 dovendosi  intendere  per tale, seguendo anche le indicazioni fornite
 dal legislatore nei    lavori  preparatori  del  codice,  ogni  fonte
 normativa,  sia  pure  non  codificata, che tuteli l'ordine giuridico
 militare prevedendo l'applicazione di una sanzione penale nel caso di
 sua violazione.
   Orbene, la nozione fornita dall'art.  37  c.p.m.p.,  non  puo'  che
 imporre  una  attenzione  anche  agli elementi "contenutistici" della
 singola norma.
   Cio' ha affermato la stessa Corte  costituzionale  allorquando,  al
 fine   di   specificare  l'ambito  applicativo  dell'art.  103  della
 Costituzione, ha ritenuto che la nozione di carattere  contenutistico
 del   reato   militare  consente  all'art.  103  citato  di  svolgere
 effettivamente la  sua  funzione  limitatrice  della  giurisdizionale
 militare (Corte costituzionale, sentenza n. 81 del 1980).
   Nella   medesima   decisione   ha   altresi'  specificato  che  "la
 definizione contenuta nell'art. 37 deve essere a sua  volta  valutata
 nel  sistema  in  cui  si colloca ... tanto ... da riscontrare che il
 legislatore non ha certo configurato ad  arbitrio  i  reati  militari
 ensi  ha  tenuto  conto  del  fatto  che  nei loro elementi materiali
 costitutivi essi non  sono  previsti  dalla  legge  penale  comune  o
 comunque offendono, accanto ad interessi tutelati dalla legge stessa,
 interessi  aventi  natura  militare"  (e  nel  medesimo  senso  anche
 sentenza n. 298 del 6 luglio 1995).
   Di talche', pur nell'ambito della cosiddetta concezione formale  di
 reato militare, non puo prescindersi, sia pure attraverso valutazioni
 da  effettuarsi  caso  per  caso,  dall'accertamento  della effettiva
 violazione di beniinteressi di rilevanza militare a  cui  la  singola
 norma, inserita in legge penale militare, e' rivolta.
   Tanto  premesso, in applicazione dei principi esposti, non puo' non
 considerarsi l'aspetto "contenutistico"  del  reato  di  rifiuto  del
 servizio  di leva per motivi di coscienza, al fine di comprenderne la
 natura.
   La stessa  Corte  costituzionale  ha  individuato  la  oggettivita'
 giuridica   di   tale   fattispecie   nella   tutela  della  regolare
 incorporazione. ...   "Per quanto  subiettivamente  diversificati,  i
 delitti di rifiuto del servizio militare per motivi di coscienza e di
 mancanza  alla  chiamata  ex  art.  151 c.p.m.p. ledono con modalita'
 oggettive analoghe  uno  stesso  interesse  quello  ad  una  regolare
 incorporazione degli obligati al servizio di leva nell'organizzazione
 militare" (sentenza n. 409 del 1989).
   Quindi,  il giudice delle leggi ha ritenuto che il reato di rifiuto
 per motivi di coscienza offende un interesse esclusivamente  militare
 al  pari  della ipotesi di cui all'art. 151 c.p.m.p. riconoscendo, in
 tal modo, la natura di reato militare dello stesso deducibile da  una
 valutazione   contenutistica,   quale   appunto   quella   legata  al
 bene-interesse tutelato.
   Seppure tale intervento  della  Corte  ha  riguardato  la  abrogata
 ipotesi  di  cui  all'art. 8 della legge n. 772/1972, purtuttavia non
 puo' porsi in dubbio che la valutazione  si  applicabile  anche  alla
 nuova  ipotesi delittuosa vista la identita' del fatto di reato, come
 prima indicato.
   Cio' posto, attesi anche i  citati  interventi  della  Consulta  in
 merito   al  reato  di  cui  all'art.  8  della  legge  n.  772/1972,
 pacificamente ntenuto reato militare anche dalla giurisprudenza della
 Corte di cassazione, l'ipotesi di cui  all'art.  14  della  legge  n.
 230/1998  non  puo' che considerarsi reato militare al pari di quello
 di cui all'art. 8 della legge n. 772/1972.
   Quanto al soggetto attivo del reato, va  osservato  che  tale  puo'
 essere  solo  colui  che  ha  acquisito  status di militare a seguito
 dell'arruolamento, nell'attualita' dell'obbligo di leva.
   Cio' in quanto lo stesso art. 14, valutato comparatisticamente  con
 l'art.  1  della  medesima  legge, pur nel rivolgersi genericamente a
 "chi non ha chiesto  o  non  ha  ottenuto  l'ammissione  al  servizio
 civile",  delimita  l'ambito  applicativo della norma alle ipotesi di
 condotta posta in essere  da  coloro  che  risultino  gia'  arruolati
 atteso che, ai sensi dell'art. 1 legge citata, la presentazione della
 istanza  di  ammissione  al  servizio sostitutivo puo' concretizzarsi
 solo dopo tale momento.
   Pertanto, li' dove l'art. 14 fa riferimento genericamente a chi non
 ha presentato la istanza o non ha ottenuto l'ammissione richiesta, si
 deve intendere che il soggetto attivo non puo' che essere colui  che,
 in quanto gia' arruolato, ha assunto lo status di militare.
   In definitiva, non essendo intervenuta alcuna modifica da parte del
 legislatore,  il reato de quo puo' essere commesso solo da colui che,
 arruolato e chiamato alle armi, nella attualita' del servizio, assume
 lo status di appartenente alle forze armate.
   Cio' sia art. 3 c.p.m.p., nel caso di presentazione al reparto  per
 dichiarare  il  proprio  rifiuto, sia ex art. 5 c.p.m.p., nel caso di
 rifiuto concretizzatosi in arbitraria assenza dal servizio.
   Cio'  posto,  il  Collegio  non  puo' che rilevare la diversita' di
 disciplina prevista nel caso di reato  militare  ex  art.  14  citato
 commesso  dall'obiettore  e  di  altro  reato  militare  commesso  da
 appartenente alle forze armate.
   Mentre nel primo caso la giurisdizione  e'  attribuita  al  giudice
 ordinario; nel secondo al giudice militare.
   Tale   disparita'   di  trattamento  determina  la  violazione  del
 principio di uguaglianza sancito dall'art. 3 della Costistuzione.
   Non appare ragionevole, infatti, il diverso  trattamento  riservato
 agli  obiettori  di  coscienza soprattutto li' dove si consideri che,
 pur nella ormai  quasi  parificata  disciplina  dei  processi  penali
 comuni  e  quelli  penali  militari,  si applicherebbe, comunque, una
 disciplina diversa per  ipotesi  di  reato  accomunate  dalla  natura
 militare  della  fattispecie  delittuosa  nonche'  dalla qualifica di
 appartenente alle forze armate del soggetto agente.
   La irragionevolezza di tale disposizione appare ancor piu' evidente
 qualora si faccia riferimento a  specifici  reati,  quale  quello  di
 mancanza  alla  chiamata  (reato militare, previsto dal codice penale
 militare di pace commesso da appartenente  alle  forze  armate)  che,
 seguendo  l'assunto  della Corte costituzionale (sentenza n. 409  del
 1989), presentano il medesimo disvalore di quello  di  cui  al  nuovo
 art.  14,  comma  2,  della  legge  n.  230/1998 ma che, purtuttavia,
 vengono giudicati da diversa autorita' giurisdizionale.
   La norma in questione appare ulteriormente  in  contrasto  con  gli
 artt.  25 e 103, terzo comma, della Costituzione in quanto violerebbe
 il principio del giudice naturale precostituito per legge.
   L'art.  103,  terzo   comma,   della   Costituzione   sancisce   la
 giurisdizione  dei  tribunali  militari  in tempo di pace per i reati
 militari commessi da appartenenti alle forze armate.
   Orbene, questo Collegio, non ignora  che  tale  disposizione  debba
 intendersi  quale delimitazione della indicata giurisdizione e che la
 stessa  Corte  costituzionale  ha  piu'  volte  ribadito  che  quella
 militare  e'  una  giurisdizione  "eccezionale",  purtuvia  non  puo'
 altresi' ignorare che, il combinato  disposto  dell'art.  l03,  terzo
 comma, e 25, primo comma, della Costituzione individua, nei tribunali
 militari,  il  giudice  naturalmente  preposto  a  conoscere di reati
 militari commessi da appartenenti alle forze armate.
   Il tribunale ritiene che questa indicazione e' derogabile da  parte
 del  legislatore  solo in presenza di plausibili ragioni, per esempio
 la   connessione   con   procedimenti   per   reati   comuni   (Corte
 costituzionale  sentenza  n. 206/1987) o la qualita' di minorenne del
 soggetto  attivo  militare  (  Corte   costituzionale   sentenza   n.
 222/1983);  in  mancanza,  come  nel  caso  di specie, la deroga alla
 giurisdizione dei tribunali militari concreta  una  violazione  degli
 artt. 25, primo comma, e 103, terzo comma, della Costituzione.
   Il   legislatore,  infatti,  nell'intervenire  discrezionalmente  a
 regolare le fattispecie normative, non puo'  disattendere  il  canone
 della  ragionevolezza,  come  piu' volte ribadito dalla stessa Corte,
 ne'  puo'  ignorare  il  diritto,  costituzionalmente  garantito,  di
 ciascun cittadino a non essere distolto dal suo giudice naturale.