N. 907 ORDINANZA (Atto di promovimento) 14 ottobre 1997

                                N. 907
  Ordinanza emessa il 14 ottobre 1997 dal Consiglio della magistratura
 militare di Roma nel procedimento disciplinare Scafi Paolo ed altro
 Consiglio della magistratura militare - Procedimento  disciplinare  -
    Dedotta  mancata  previsione  di  apposita  sezione disciplinare -
    Mancata   previsione,   altresi',   al    fine    di    assicurare
    l'invariabilita'  numerica del collegio, di possibilita' di nomina
    dei  componenti  supplenti  in  caso  di impedimento, astensione o
    ricusazione - Disparita' di trattamento rispetto a quanto previsto
    per il Consiglio superiore della magistratura (art.  4,  legge  24
    marzo  1958,  n. 195) - Lesione del principio del giudice naturale
    precostituito per legge.
 (Legge 30 dicembre 1988, n. 561, art. 1, commi 3 e 4).
 (Cost., artt. 3 e 24, primo comma).
(GU n.3 del 21-1-1998 )
               IL CONSIGLIO DELLA MAGISTRATURA MILITARE
   Nel procedimento disciplinare n. 4/1997  nei  confronti  del  dott.
 Paolo  Scafi,  in  atto  sostituto  procuratore  presso  il tribunale
 militare di Torino e del  dott.  Sandro  Celletti,  in  atto  giudice
 presso  il  tribunale  militare  di  Verona,  ha  emesso  la seguente
 ordinanza.
    Con memoria depositata il 14   ottobre 1997 la  difesa  del  dott.
 Sandro Celletti ha sollevato questioni di legittimita' costituzionale
 dell'art.  1,  terzo  e quarto comma, legge 30 dicembre 1988, n. 561,
 per contrasto con gli artt. 3, primo comma e 25,  primo  comma  della
 Costituzione, nelle parti in cui:
     non  escludono  dalle  deliberazioni disciplinari residente della
 Corte di cassazione e limitano l'esclusione della partecipazione  del
 procuratore  generale  militare  al  solo momento deliberativo, senza
 estenderla alla fase degli atti preliminari al dibattimento;
     stabiliscono che, anche per le  decisioni  sulla  responsabilita'
 disciplinare   dei  magistrati  militari,  il  Consiglio  deliberi  a
 maggioranza con la presenza necessaria e sufficiente  di  almeno  sei
 componenti  (di  cui  tre  elettivi)  e  con la prevalenza in caso di
 parita' di voti, del voto del presidente.
   La difesa, nell'articolare le proprie argomentazioni,  ha  premesso
 che:
     il  Consiglio  della  magistratura militare "ha, per i magistrati
 militari, le stesse attribuzioni previste per il Consiglio  superiore
 della  magistratura,  ivi  comprese quelle concernenti i procedimenti
 disciplinari" e che "il procedimento disciplinare nei  confronti  dei
 magistrati   militari  e'  regolato  dalle  norme  in  vigore  per  i
 magistrati ordinari" (art. 1, terzo comma, legge 30 dicembre 1988, n.
 561);
     "le deliberazioni del Consiglio sono adottate a maggioranza e per
 la loro validita' e' necessaria la presenza di almeno sei componenti,
 di  cui  tre  elettivi.  A  parita'  di  voti  prevale  il  voto  del
 presidente" (art. 1, comma quarto, legge n. 561/1988);
     nessuna  specifica  disposizione e' dettata per la composizione e
 le deliberazioni del Consiglio della magistratura  militare  in  sede
 disciplinare;
     secondo   la  legge  istitutiva  del  Consiglio  superiore  della
 magistratura, "la cognizione dei procedimenti disciplinari  a  carico
 dei magistrati e' attribuita ad una sezione disciplinare, composta di
 nove  componenti  effettivi e di sei supplenti" (art. 4, primo comma,
 legge 24 marzo 1958, n. 195,  e  successive  modificazioni  ai  sensi
 della legge 18 dicembre 1967, n. 1198, e 3 gennaio 1981, n. 1);
     la  legge  teste'  richiamata  differenzia  le  deliberazioni del
 Consiglio superiore della magistratura in ambito extradisciplinare da
 quelle della sezione disciplinare dello stesso Consiglio,  stabilendo
 per   la   validita'  delle  prime  una  regola  generale  (art.  5),
 paragonabile  -  mutatis  mutandis  -  a quella prevista per tutte le
 deliberazioni del Consiglio della magistratura militare,  e  dettando
 per  le  seconde  una  disposizione  speciale, volta ad assicurare il
 funzionamento della sezione come collegio perfetto,  con  particolare
 riguardo ai criteri di sostituzione dei componenti effettivi da parte
 dei componenti supplenti (art. 6);
     allo stato, il collegio giudicante della sezione disciplinare del
 Consiglio  superiore  della magistratura coincide con il plenum della
 sezione stessa (cfr. Cass., Sez. un., 15 aprile 1978,  n.  1779),  la
 qual  cosa e' coerente con la natura giurisdizionale del procedimento
 disciplinare a carico dei magistrati, ripetutamente  affermata  dalla
 Corte   costituzionale  e  dalla  Corte  di  cassazione  (cfr.  Corte
 costituzionale 2 febbraio 1971, n. 12; 3 aprile 1969, n. 60; 2 luglio
 1966, n. 83; Cass., Sez. un., 3 marzo 1970, n. 506);
     anche  al  Consiglio  della   magistratura   militare   in   sede
 disciplinare  deve  riconoscersi  natura  di  organo giurisdizionale,
 dimostrata dall'esercizio delle  funzioni  requirenti  attribuite  al
 procuratore  generale  militare presso la Corte di cassazione e dalla
 esperibilita' del ricorso alle sezioni  unite  civili  della  suprema
 Corte contro le deliberazioni consiliari.
   Alla  luce  di  tali  premesse,  la  difesa,  richiamandosi anche a
 precedenti sentenze della  Corte  costituzionale  sulla  composizione
 della  Sezione  disciplinare  del  C.S.M.,  ha  elencato una serie di
 diversita' di disciplina, che evidenzierebbero le  carenze  normative
 inerenti il funzionamento del C.M.M. in sede disciplinare.
   Tali  diversita' si radicano nella circostanza che la cognizione di
 procedimenti  disciplinari  a  carico  dei  magistrati  militari   e'
 attribuita,  nel  silenzio  della  legge,  allo stesso plenum, con la
 sola, espressa esclusione del procuratore generale militare presso la
 Corte di cassazione (membro  di  diritto  del  consiglio),  il  quale
 "esercita  le  funzioni  di  pubblico  ministero e non partecipa alle
 deliberazioni"  (art.  1,  terzo  comma,  ultima  parte,   legge   n.
 561/1988).
   In teoria, quindi, il Consiglio della magistratura militare in sede
 disciplinare  dovrebbe  giudicare  con  l'intervento di otto dei suoi
 nove componenti. In pratica,  pero',  sottolinea  la  difesa,  questa
 cifra  puo' non essere raggiunta, per la legittima assenza (dovuta ai
 piu' disparati  impedimenti:  malattia,  gravi  motivi  di  famiglia,
 astensione,  ricusazione  ecc.)  di  uno o piu' consiglieri; nel qual
 caso,  soccorre  la  disposizione,  dettata  in  generale  per  tutta
 l'attivita'  del Consiglio, secondo cui le deliberazioni di esso sono
 prese  a  maggioranza,  per  la  loro  validita'  e'  necessaria   (e
 sufficiente)  la  presenza  di  almeno  sei componenti (tre dei quali
 elettivi) e a parita' di voti prevale il voto del presidente (art. 1,
 quarto comma, L. ult. cit.).
   Il  differente  trattamento  concretamente  riservato,  in   ambito
 disciplinare,  ai magistrati militari rispetto ai magistrati ordinari
 sarebbe  pertanto  irragionevole,  niente   giustificando   che   nel
 procedimento disciplinare contro i magistrati militari:
     non  sia  stabilita  l'esclusione  dal  collegio  giudicante  del
 presidente della Corte di cassazione, ossia  di  colui  che  presiede
 l'organo  alle  cui  sezionte  unite civili e' dato ricorso contro le
 sentenze  del  Consiglio  della   magistratura   militare   in   sede
 disciplinare;
     non sia stabilita l'esclusione da tutta l'attivita' consiliare in
 materia   disciplinare,   comprensiva  cioe'  dei  cosi'  detti  atti
 preliminari al dibattimento, invece che dalla sola fase  deliberante,
 del  procuratore generale militare presso la Corte di cassazione, che
 nel procedimento e' parte;
     non sia applicata  la  tradizionale  regola  nota  come  calcolus
 Minervae  secondo  cui  nel  processo  penale  e nei procedimenti sul
 processo penale modellati prevale, a parita' di  voti,  la  soluzione
 piu'  favorevole  all'incolpato  (cfr.  art. 527, terzo comma, c.p.p.
 1988; art. 473, quarto comma, c.p.p.  1930),  invece  che  la  regola
 della  prevalenza del voto del presidente, circostanza - quest'ultima
 - che ben puo' verificarsi davanti al  Consiglio  della  magistratura
 militare  allorquando  questo  giudichi  con il concorso di un numero
 pari di componenti.
   L'anzidetta violazione  del  principio  di  eguaglianza,  tuttavia,
 secondo  la difesa, non e' che la conseguenza di altra, piu' evidente
 violazione di norma costituzionale: nel procedimento  disciplinare  a
 carico  dei  magistrati militari, cosi' come sommariamente richiamato
 dall'art.  1  della  legge  istitutiva  dell'organo  di  autogoverno,
 risulta   manifestamente  violato  il  principio  della  capacita'  a
 giudicare soltanto del giudice naturale precostituito per  legge,  di
 cui all'art. 25, primo comma, della Costituzione.
   Al  magistrato  militare  incolpato,  a  differenza  del magistrato
 ordinario, non e' dato infatti di conoscere, in anticipo, sulla  base
 di norme di legge, quanti e quali (intesi non come persone fisiche ma
 come  appartenenti alle categorie rappresentate nel Consiglio: membri
 di diritto,  elettivi  e  di  nomina  parlamentare)  saranno  i  suoi
 giudici.   Infatti, il numero di costoro puo' variare da un minimo di
 sei ad un massimo di otto, senza alcuna preventiva garanzia che  esso
 sia  sempre  di  sei,  di  sette o di otto; e senza alcuna preventiva
 garanzia circa la rappresentanza, nel collegio, della  componente  di
 estrazione politica (essendo stabilita solamente la partecipazione di
 tre  membri elettivi) e la non presenza del presidente della Corte di
 cassazione.
   La difesa ascrive inoltre la paradossale situazione  del  Consiglio
 della  magistratura militare in sede disciplinare - paragonabile, con
 le dovute differenze, a quella di un tribunale  o  di  una  Corte  di
 assise che si accinga a giudicare, rispettivamente, con meno di tre o
 con  meno  di otto elementi - al fatto che la legge istitutiva tratta
 le deliberazioni relative ai procedimenti disciplinari (aventi natura
 giurisdizionale) alla stregua delle deliberazioni che vengono assunte
 nei  normali  procedimenti  amministrativi  e  non   appresta   alcun
 meccanismo  volto  ad  assicurare  il funzionamento del collegio come
 perfetto, attraverso la previsione  di  un  numero  indefettibile  di
 giudicanti   merce'   la   sostituzione   dei   componenti  effettivi
 eventualmente impediti da parte dei componenti supplenti.
   Quanto al profilo della rilevanza,  esso  viene  argomentato  dalla
 difesa  attraverso  la  considerazione  che il collegio giudicante e'
 inevitabilmente incompleto, per la necessaria  astensione  del  dott.
 Scafi, coincolpato nel procedimento de quo.
   Per tali ragioni, la difesa ha chiesto che venga ritenuta fondata e
 rilevante  (con  particolare,  specifico riguardo alla necessaria non
 partecipazione, nel giudizio disciplinare  de  quo,  del  consigliere
 dott.   Scafi)   la  questione  della  illegittimita'  costituzionale
 dell'art.  1, terzo e quarto comma, legge n. 561/1988 in relazione:
     1) al disposto dell'art. 3, primo comma, della Costituzione,  per
 le  minori  garanzie  apprestate  ai magistrati militari incolpati in
 procedimenti disciplinari rispetto alle garanzie di cui godono, nelle
 stesse identiche condizioni, i magistrati ordinari;
     2) al disposto dell'art. 25, primo comma, della Costituzione, per
 la  omessa  predeterminazione  dei  criteri  di  composizione  e   di
 funzionamento  del  collegio giudicante in materia di responsabilita'
 disciplinare dei magistrati militari.
   Nel corso dell'udienza la difesa del dott. Celletti  ha  illustrato
 ulteriormente  la  questione,  chiedendone l'accoglimento e la difesa
 del dott. Scafi si e' associata.
   Il procuratore generale ha chiesto l'accoglimento  della  questione
 per il solo aspetto di violazione dell'art. 3 della Costituzione gia'
 dichiarato  rilevante  e  non  manifestamente infondato dal Consiglio
 della magistratura militare con ordinanza di  rimessione  alla  Corte
 costiuzionale  del  2  giugno  1997;  ha  chiesto  invece il rigetto,
 perche' manifestamente infondata ed irrilevante, della  questione  di
 legittimita'  costituzionale dell'art. 1, commi terzo e quarto, della
 legge  30  dicembre  1988,  n.  561,  in   relazione   all'art.   25,
 Costituzione;  nonche'  della  questione di legittimita' costizionale
 delle stesse disposizioni in  relazione  agli  artt.  3  e  25  della
 Costituzione  con  riferimento  alla  presenza  nel Consiglio in sede
 disciplinare del primo presidente della Corte  di  cassazione  e  del
 procuratore generale militare presso la Corte di cassazione.
                            R i t e n u t o
   1.  -  Appare  manifestamente infondata ed irrilevante la questione
 prospettata dalla  difesa  con  riferimento  alla  partecipazione  al
 collegio  in  seduta  disciplinare  del  presidente  della  Corte  di
 cassazione, in relazione alla circostanza che egli presiede  l'organo
 alle  cui  sezioni  unite  civili  e'  rimesso  il ricorso avverso le
 decisioni del C.M.M. in sede disciplinare.
   Nel corso della discussione orale la difesa  ha  precisato  che  la
 questione  trova  il  suo  fondamento  nella  circostanza che sarebbe
 proprio  presidente  della  Corte  di  cassazione  a  determinare  la
 composizione  ed  il  calendario  delle  udienze  delle sezioni unite
 civili potendo con cio' interferire sulla composizione  del  collegio
 competente  sul  ricorso  avverso  le  decisioni  del  C.M.M. in sede
 disciplinare.
   La questione e' impostata sulla base di una premessa, che non tiene
 conto della circostanza che la composizione dei collegi delle sezioni
 unite e' stabilita con largo anticipo rispetto  all'assegnazione  dei
 singoli  ricorsi a ciascuna udienza delle predette sezioni, cosicche'
 non corrisponde alla realta' l'ipotesi della possibile formazione  di
 im  collegio  ad  hoc  per  la  decisione  di  un ricorso avverso una
 sentenza del C.M.M. in sede disciplinare. Si aggiunga  che  i1  primo
 presidente,  in fatto, non partecipa alle udienze in cui si discutono
 ricorsi in materia  disciplinare  relativi  ai  magistrati  militari;
 mentre,   ove   cio'   non  facesse  soccorrerebbe  l'istituto  della
 ricusazione.   Sotto  questi  profili  la  questione  deve  ritenersi
 manifestamente infondata.
   La questione e' inoltre non rilevante poiche' essa potrebbe semmai,
 ricorrendone  i presupposti, essere sollevata se e nel momento in cui
 al collegio delle sezioni unite che giudica sul ricorso  avverso  una
 decisione  del  C.M.M.  in  sede  disciplinare dovesse partecipare il
 presidente della Corte di  cassazione  che  ha  gia'  partecipato  al
 giudizio disciplinare.
   2.  -  Appare  altresi'  manifestamente infondata ed irrilevante la
 questione prospettata dalla difesa in relazione  alla  partecipazione
 del  procuratore  generale  militare presso la Corte di cassazione ai
 cosiddetti  atti  preliminari  al  dibattimento,  nonostante  la  sua
 posizione di parte nel procedimento.
   Il  procuratore generale non partecipa infatti ad alcuna delle fasi
 deliberative  che  connotano   l'attivita'   del   C.M.M.   in   sede
 disciplinare,  essendo  demandato  in via esclusiva al presidente del
 Consiglio della  magistratura  militare  il  potere  di  fissare,  su
 richiesta  del  procuratore  generale  presso  la  Corte  di  appello
 militare, la data per la discussione orale del procedimento:  a  cio'
 egli  provvede  senza  la  presenza  dei  componenti  del comitato di
 presidenza.  Inoltre  il  procuratore  generale  non  svolge   alcuna
 attivita'. consistente nell'adozione di provvedimenti, nella fase dei
 c.d. atti preliminari al dibattimento.
   3.  -  E'  altresi'  basata  sua una errata ricostruzione normativa
 l'argomentazione della difesa. secondo cui, nel giudizio  innanzi  il
 C.M.M.   in  sede  disciplinare  si  applicherebbe  la  regola  della
 prevalenza del voto del presidente.
   Al giudizio disciplinare nei confronti di  magistrati  militari  si
 applicano   invece,   cosi'  come  al  giudizio  disciplinare  per  i
 magistrati ordinari, stante il richiamo operato  dall'art.  1,  terzo
 comma,  legge  n.  156/1988, le norme del codice di procedura penale,
 ivi compresa la disposizione  dell'art.  473,  quarto  comma,  c.p.p.
 1930,  che  prevede - alla stessa stregua dell'art. 527, terzo comma,
 c.p.p. 1988  -  la  regola  della  prevalenza  della  soluzione  piu'
 favorevole all'imputato.
   4.  -  E'  invece  non  manifestamente  infondata  e  rilevante  la
 questione inerente la disparita' di trattamento normativo di analoghe
 situazioni -  magistratura  ordinaria  e  magistratura  militare  nei
 procedimenti  disciplinari  - sia per gli aspetti di irragionevolezza
 gia'  sottolineati  ed  evidenziati  nella  richiamata  ordinanza  di
 rimessione  alla Corte costituzionale (C.M.M. in sede disciplinare in
 data 2 giugno 1997), sia per gli aspetti  nuovi,  oggi  valutati,  di
 violazione  del  principio  di  precostituzione per legge del giudice
 naturale. Ed infatti:
     a) quanto alla rilevanza, il Consiglio fa propria l'osservazione,
 gia' richiamata nella citata ordinanza, che  la  questione  sollevata
 investe  la  stessa  fonte  normativa da cui discende la composizione
 dell'odierno   giudice   del   procedimento   disciplinare    e    la
 legittimazione  a  conoscere e decidere in ordine ai fatti oggetto di
 incolpazione.  Non v'e' dubbio, infatti, che ove la questione dovesse
 risultare fondata e dovesse pertanto ritenersi che il C.M.M. in  sede
 disciplinare,  alla  stessa  stregua  della  sezione disciplinare del
 C.S.M.,  debba  essere  composto   da   un   numero   invariabile   e
 predeterminato  di  soggetti  (tra  titolari e sostituti) il collegio
 nella composizione odierna sarebbe irregolarmente costituito, per  la
 assenza di un componente;
     b) quanto alla non manifesta infondatezza, il consiglio fa ancora
 una  volta  proprie  le  considerazioni  svolte nella gia' richiamata
 ordinanza,  per  l'aspetto  inerente  l'art.  3,  primo  comma  della
 Costituzione,  che  possono  essere  sinteticamente  articolate nelle
 seguenti argomentazioni:
     la sentenza della Corte costituzionale n. 71/1995 ha riconosciuto
 natura giurisdizionale alla funzione disciplinare del C.M.M., proprio
 a causa dell'equiparazione alla funzione disciplinare del C.S.M.;
     l'art.  1,  comma  3,  legge  n.  561/1988,   pur   espressamente
 prevedendo  che  "il  procedimento  disciplinare  nei  confronti  dei
 magistrati  militari  e'  regolato  dalle  norme  in  vigore  per   i
 magistrati  ordinari",  non  da' attuazione a tale principio, poiche'
 non prevede l'istituzione di una sezione disciplinare e non configura
 la possibilita'  di  intervento  di  membri  supplenti,  come  accade
 invece,  per  i  magistrati  ordinari, ai sensi dell'art. 4, legge n.
 195/1958;
     tale disparita' di trattamento appare irragionevole,  poiche'  la
 comune  natura  giurisdizionale  dei  due  procedimenti  disciplinari
 discende dalla comune esigenza di dare  la  massima  effettivita'  al
 principio  di  indipendenza  della  magistratura  proclamato  per  le
 giurisdizioni speciali dall'art. 108  della  Costituzione,  che  deve
 trovare   la   piu'  completa  attuazione  proprio  nel  procedimento
 disciplinare  in   cui   si   applicano   provvedimenti   di   natura
 sanzionatoria,  destinati  ad  incidere  sullo  stato della persona e
 sulla sfera lavorativa del magistrato;
     la mancata previsione di una sezione disciplinare e di meccanismi
 che  garantiscano  l'invariabilita'   numerica   del   collegio   nel
 procedimento disciplinare nei confronti di magistrati militari altera
 l'equilibrio  del  sistema,  prevedendo  una  diversa  disciplina per
 situazioni la cui  eguaglianza  deve  invece  essere  assicurata  per
 garantire l'indipendenza di ogni magistrato, ordinario o militare che
 sia.
   A  tali  argomentazioni deve aggiungersi che la rilevata disparita'
 di trattamento evidenzia ancor piu' la sua consistenza  in  relazione
 al  principio di precostituzione del giudice naturale. Tale principio
 e' stato oggetto di una copiosa ed approfondita analisi dottrinale  e
 giurisprudenziale,  nell'ambito  della  quale  - pur con una serie di
 contrasti ed oscillazioni sulla coincidenza o meno tra il concetto di
 precostituzione ed il concetto di naturalita' del giudice - e' emersa
 comunque l'esigenza che la scelta del giudice competente  a  decidere
 sia  previamente  determinata  rispetto  a  fattispecie astratte, sia
 sottratta a criteri  di  discrezionalita',  sia  coperta  da  riserva
 assoluta  di legge, e che la costituzione degli organi giudicanti non
 abbia luogo in vista del singolo processo (cosi', tra le altre, Corte
 costituzionale 13  giugno  1983,  n.  164;  Corte  costituzionale  14
 novembre 1979, n. 127; Corte costituzionale (ord.), 5 aprile 1984, n.
 100;  Corte costituzionale 3 maggio 1963, n. 50; Corte costituzionale
 12 maggio 1997, n. 77; Corte  costituzionale  13  dicembre  1963,  n.
 156).
    Nel  caso  del  C.M.M.  in  sede  disciplinare,  se e' vero che la
 composizione  dell'organo,  coincidendo   sostanzialmente   -   salva
 l'esclusione  del  procuratore  generale  militare presso la Corte di
 cassazione - con quella  del  plenum  e'  prevista  dalla  legge,  e'
 altrettanto  vero  che  la  sua effettiva composizione per il singolo
 procedimento   puo'   essere   variata   in  relazione  a  situazioni
 contingenti. La mancata previsione  da  parte  della  legge,  di  una
 apposita  sezione  disciplinare,  formata  da un numero di membri non
 variabile, la cui stabilita' numerica sia assicurata dalla figura dei
 supplenti,  e'  fonte  di  un  possibile  contrasto  con  i  principi
 costituzionali.
   Per  un  verso,  infatti,  tale  mancata  previsione rappresenta un
 ulteriore  parametro   di   disparita'   di   trattamento,   la   cui
 irragionevolezza puo' essere desunta proprio dal contrasto con l'art.
 25,  della Costituzione.  Per altro verso essa puo' assumere autonoma
 rilevanza, laddove si ritenga che la garanzia di precostituzione  per
 legge  del  giudice naturale attenga alla predeterminazione normativa
 non solo del tipo di  collegio  che  dovra'  svolgere  una  attivita'
 giurisdizionale,  ma  anche del numero invariabile di componenti che,
 assicurandone la stabilita' funzionale, garantisce che lo svolgimento
 di  attivita'  giurisdizionale  non  sia   soggetto   a   cambiamenti
 contingenti e legati al singolo procedimento.
                                P. Q. M.
   Letto l'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87;
   Dichiara  manifestamente  infondata  e  irrilvante  la questione di
 legittimita' costituzionale dell'art. 1, commi    3  e  4,  legge  30
 dicembre 1988, n. 561, con riferimento alla presenza nel Consiglio in
 sede  disciplinare del primo presidente  della Corte di cassazione in
 relazione agli artt. 3 e 25, primo comma, della Costituzione;
   Dichiara manifestamente  infondata  la  questione  di  legittimita'
 costituzionale  dell'art.  1, commi 3 e 4, legge 30 dicembre 1988, n.
 561, con riferimento alla  presenza  nel  consiglio  del  procuratore
 generale  militare  presso  la Corte di cassazione, in relazione agli
 artt. 3 e 25, primo comma, della Costituzione;
   Dichiara non manifestamente infondata e rilevante la  questione  di
 legittimita'  costituzionale  dell'art.  1,  commi    3 e 4, legge 30
 dicembre  1988,  n.  561,  con  riferimento  alla  composizione   del
 Consiglio  della  magistratura  militare  in  sede  disciplinare,  in
 relazione agli artt. 3 e 25, primo comma, della Costituzione;
   Dispone la sospensione del procedimento e l'invio degli  atti  alla
 Corte costituzionale;
   Dispone  che l'ordinanza sia notificata alle parti ed al Presidente
 del Consiglio dei Ministri e comunicata ai  Presidenti  di  Camera  e
 Senato.
     Roma, addi' 14 ottobre 1997
                   Il presidente: (firma illeggibile)
 98C0020