IL CONSIGLIO DI STATO 
 
    Ha pronunciato  la  presente  ordinanza  sul  ricorso  numero  di
registro  generale  8030  del  2011,  proposto  da:  Berni   Alberto,
rappresentato e difeso dall'avv. Mario Racco, con domicilio eletto lo
studio di quest'ultimo, in Roma, via Ugo De Carolis, 101; 
    Contro  Universita'  degli  studi  di  Roma  «La  Sapienza»,  non
costituitasi  nel  presente  grado  di  giudizio;  nei  confronti  di
Ministero  dell'Istruzione  dell'Universita'  e  della  Ricerca,  non
costituitosi  nel  presente  grado  di  giudizio;  per   la   riforma
dell'ordinanza cautelare del T.A.R. Lazio  -  Roma,  Sezione  III  n.
03748/2011, resa tra le parti, concernente  diniego  mantenimento  in
servizio per un ulteriore biennio. 
    Visti il ricorso in appello e i relativi allegati; 
    Viste le memorie difensive; 
    Visti tutti gli atti della causa; 
    Relatore nella camera di consiglio del giorno 25 ottobre 2011  il
Cons. Roberto Giovagnoli; udito l'avvocato Racco. 
    1. A seguito di istanza in data 28  luglio  2005,  il  professore
Alberto  Berni  e'  stato  autorizzato,  con  decreto   del   Rettore
dell'Universita' «La Sapienza»  n.  5083  del  24  novembre  2005,  a
permanere in servizio per  un  ulteriore  biennio  oltre  il  normale
limite d'eta' per  collocamento  a  riposo  ai  sensi  dell'art.  16,
decreto legislativo n. 30 dicembre  1992,  n.  503,  con  conseguente
previsione di definitivo collocamento a riposo  a  far  data  dal  1°
novembre 2013. 
    Nelle more e' intervenuto il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112
(convertito dalla legge 6 agosto 2008,  n.  133)  che,  all'art.  72,
comma 10,  ha  annullato  tutti  i  trattenimenti  in  servizio  gia'
autorizzati, con effetto dal 1° gennaio 2010,  stabilendo,  altresi',
al comma 7, che i dipendenti qualora  interessati  al  trattenimento,
fossero tenuti a presentare una nuova  istanza  dai  24  ai  12  mesi
precedenti il limite di eta' per il collocamento  a  riposo  previsto
dal proprio ordinamento. 
    Con nuova istanza del 4 maggio 2010 il professore Berni ha quindi
inoltrato domanda di trattenimento in  servizio  per  un  biennio  ai
sensi dell'art. 16 del decreto legislativo  n.  503  del  1992,  come
modificato dalla legge n. 133/2008. 
    Quando ancora l'amministrazione non si era pronunciata  su  detta
istanza e' sopravvenuta la legge 30 dicembre 2012, n. 240, la  quale,
all'art. 25, ha disposto che «l'art. 16 del  decreto  legislativo  30
dicembre 1992, n. 503 non si applica ai professori universitari». 
    Conseguentemente con provvedimento prot. n. 13600/11  il  Rettore
dell'Universita' «La Sapienza», facendo applicazione e richiamando in
motivazione l'art. 25 della legge  n.  240  del  2010,  ha  rigettato
l'istanza di trattenimento  in  servizio  presentata  dal  professore
Berni, che, con successivo decreto rettoriale n. 976/2011,  e'  stato
collocato a riposto. 
    2.  Il  professore  Berni,  con  ricorso  innanzi  al   Tribunale
amministrativo regionale per il Lazio, sede di  Roma,  ha  impugnato,
chiedendone in via incidentale la sospensione, i citati provvedimenti
del Rettore della Universita' «La Sapienza» di Roma, con i  quali  e'
stato disposto il rigetto dell'istanza di trattenimento  in  servizio
ai sensi dell'art. 16 decreto legislativo  n.  503  del  1992  ed  il
conseguente collocamento a riposto a far data dal 1° novembre 2011. 
    Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, con ordinanza
cautelare  n.  3748  dell'11  ottobre  2011  ha  rigettato  l'istanza
cautelare  proposta  dal  ricorrente  sulla   base   della   seguente
motivazione: «Ritenuto ad  un  prima  sommaria  delibazione  che  non
sussistono i presupposti, alla stregua del quadro normativo  vigente,
per l'accoglimento della proposta istanza cautelare». 
    Per  ottenere  la  riforma   di   tale   ordinanza   e,   quindi,
l'accoglimento della domanda cautelare proposta, il professore  Berni
ha proposto appello innanzi al Consiglio di Stato,  deducendo,  sotto
diversi profili, l'illegittimita' costituzionale dell'art.  25  della
citata legge n. 240 del 2010,  nella  misura  in  cui  preclude  ogni
possibilita'   di   trattenimento   in   servizio   dei    professori
universitari. 
    3. Con ordinanza del 26 ottobre 2011, n.  4716,  questa  Sezione,
pronunciandosi in sede cautelare,  ha  disposto  la  sospensione  del
giudizio per la trasmissione degli atti  alla  Corte  Costituzionale,
come da separata ordinanza. 
    Al fine di conciliare il carattere accentrato  del  sindacato  di
costituzionalita' con  il  principio  di  effettivita'  della  tutela
giurisdizionale (artt. 24 e 113 Cost.; art. 6 e 13 della  Convenzione
europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo  e  delle  liberta'
fondamentali),  questo  Consiglio  di  Stato,  nell'ordinanza  appena
citata, ha concesso una  misura  cautelare  «interinale»,  fino  alla
camera di consiglio successiva alla restituzione degli atti da  parte
della  Corte   costituzionale,   ordinando   all'Amministrazione   di
ripronunciarsi sull'istanza di trattenimento in  servizio  presentata
dal  ricorrente,   alla   luce   del   quadro   normativo   esistente
anteriormente all'entrata in vigore del citato art. 25 legge  n.  240
del 2010, e, in particolare, dei criteri fissati dall'art. 72,  comma
7, decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (convertito in legge 6 agosto
2008, n. 133). 
    4. Il Collegio ritiene  che  la  questione  di  costituzionalita'
dell'art. 25 della legge n. 240 del 2010 (secondo cui «l'articolo  16
del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503, non  si  applica  a
professori   e    ricercatori    universitari»,    con    l'ulteriore
specificazione che «i provvedimenti  adottati  dalle  universita'  ai
sensi della predetta norma decadono dalla data di entrata  in  vigore
della presente legge, ad eccezione di quelli che hanno gia'  iniziato
a produrre i loro  effetti»),  sia  rilevante  e  non  manifestamente
infondata. 
    5. Con riferimento al requisito della rilevanza si osserva che la
norma in esame e' certamente applicabile alla fattispecie oggetto del
giudizio. Il  provvedimento  amministrativo  impugnato  ha  rigettato
l'istanza del ricorrente proprio facendo  applicazione  dell'art.  25
legge n. 240 del 2010 che, alla luce del suo chiaro tenore letterale,
preclude  irrimediabilmente  la  possibilita'  di  trattenimento   in
servizio per professori e ricercatori  universitari,  escludendo  che
nei loro confronti possa essere  applicata  la  disciplina  contenuta
nell'art. 16 decreto legislativo n. 503 del 1992. 
    5.1. L'applicazione che l'Universita'  ha  fatto  di  tale  norma
risulta corretta, atteso che  non  esistono  spazi  per  una  diversa
interpretazione. Ed infatti, anche se l'istanza di  trattenimento  in
servizio e' stata  presentata  anteriormente  all'entrata  in  vigore
della norma, quest'ultima  doveva  comunque  essere  applicata.  Cio'
risulta chiaramente dall'ultimo periodo dell'art. 25 legge n. 240 del
2010, che specifica che «i provvedimenti adottati  dalle  universita'
ai sensi della predetta norma decadono alla data di entrata in vigore
della presente legge, ad eccezione di quelli che hanno gia'  iniziato
a produrre i loro effetti»: se  la  norma,  per  espressa  previsione
legislativa, si applica anche ai casi in cui il provvedimento e' gia'
stato adottato, ma non ha iniziato a produrre effetti, essa  deve,  a
maggior  ragione,  applicarsi  laddove,  come  accade  nel   presente
giudizio, l'istanza di trattenimento era stata  solo  presentata,  ma
non ancora positivamente riscontrata. 
    5.2. L'eventuale dichiarazione di  incostituzionalita'  dell'art.
25 legge n.  240  del  2010  avrebbe  cosi'  l'effetto  di  rimuovere
l'ostacolo   normativo   all'applicazione   dell'art.   16    decreto
legislativo n. 503 del 1992, consentendo, quindi,  al  ricorrente  di
ottenere che la sua istanza di permanenza in servizio  sia  esaminata
(ed eventualmente accolta) dall'Universita' sulla  base  dei  criteri
introdotti dall'art. 72, comma 7, decreto-legge 25  giugno  2008,  n.
112, convertito in legge n. 133 del 2008. 
    5.3. La rilevanza della questione non e' parirnenti esclusa dalla
natura cautelare del giudizio nell'ambito del quale la  questione  di
costituzionalita' viene sollevata. 
    Il  problema  dei  rapporti   tra   incidente   di   legittimita'
costituzionale e giudizio cautelare e' oggetto di  una  significativa
elaborazione giurisprudenziale e dottrinale. 
    Sul punto, la  Corte  costituzionale  e'  costante  nel  ritenere
inammissibile la questione di legittimita' costituzionale per difetto
di  rilevanza  qualora  essa  venga  sollevata  dopo  l'adozione  del
provvedimento cautelare. Si afferma che, in tal caso,  la  rimessione
alla Corte e' tardiva  in  relazione  al  giudizio  cautelare,  ormai
concluso, e prematura in relazione al giudizio di merito,  in  ordine
al quale, il collegio, in mancanza della  fissazione  della  relativa
udienza di discussione, e' privo di potere decisorio. 
    Per   evitare,   tuttavia,   che   la   legge    sospettata    di
incostituzionalita'  possa  precludere  definitivamente   la   tutela
cautelare mortificando  le  esigenze  di  tutela  immediata  ad  esse
sottese  -  il  che  si  tradurrebbe  in  una  palese  violazione  di
fondamentali principi  costituzionali  (artt.  24  e  113  Cost.),  o
sovranazionali (art. 6 e 13 CEDU) - la giurisprudenza, nel  tentativo
di   conciliare   il   carattere   accentrato   del   controllo    di
costituzionalita' delle leggi con il principio di effettivita'  della
tutela giurisdizionale, ha sperimentato due soluzioni. 
    La prima consiste nel concedere la sospensiva,  disapplicando  la
legge sospettata di incostituzionalita',  rinviando  al  giudizio  di
merito la rimessione della questione di  legittimita'  costituzionale
(cfr. Cons. Stato, Ad. plen., ordinanza 20 dicembre 1999, n. 2; Cons.
Giust. Amm., ordinanza 20 giugno 2001, n. 458). 
    La seconda consiste, invece,  nella  scomposizione  del  giudizio
cautelare in due fasi:  nella  prima  fase  si  accoglie  la  domanda
cautelare  «a  termine»,  fino  alla  decisione  della  questione  di
costituzionalita'  contestualmente  sollevata;  nella  seconda  fase,
all'esito   del   giudizio   di    costituzionalita',    si    decide
«definitivamente», tenendo conto, per valutare se sussiste  il  fumus
boni iuris, della decisione della Corte costituzionale, sulla domanda
cautelare. 
    Tra le due soluzioni possibili, il Collegio  ritiene  preferibile
la seconda, perche' e' quella che meno si allontana dai  principi  su
cui si fonda il nostro  sistema  di  giustizia  costituzionale:  essa
evita,  infatti,  che   il   giudice   a   quo   possa   disapplicare
«definitivamente»  la  legge,  sottraendosi   contestualmente   anche
all'obbligo, di cui all'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87,  di
sollevare la questione di costituzionalita'. 
    Tale soluzione, del resto, risulta  anche  in  linea  con  quella
accolta dalla giurisprudenza della  Corte  di  giustizia  dell'Unione
Europea in ordine alla  questione,  per  alcuni  versi  analoga,  dei
rapporti tra giudizio cautelare e questione  pregiudiziale  ai  sensi
dell'art. 267 del  Trattato  sul  funzionamento  dell'Unione  Europea
sulla validita' di un atto comunitario. 
    La Corte di giustizia ha riconosciuto al giudice  nazionale,  nei
casi  di  urgenza,  il   potere,   di   sospendere   «interinalmente»
l'esecuzione di un provvedimento amministrativo nazionale emanato  in
attuazione di  un  regolamento  comunitario  della  cui  legittimita'
dubiti, a condizione che: 
        a) sollevi contestualmente  la  questione  pregiudiziale  per
l'accertamento della validita' del regolamento; 
        b) rinvii la definizione  del  giudizio  cautelare  all'esito
della  decisione   della   Corte   di   giustizia   sulla   questione
pregiudiziale  (Corte  giustizia  U.E.  19  giugno  1990,   C-213/89,
Factotame; Id. 21 febbraio 1991, Zuckerfabrik,  C-143/88  e  C-92/89;
Id., 9 novembre 1995, C-465/93, Atlanta). 
    Anche l'iter procedimentale delineato dalla  Corte  di  giustizia
e',  quindi,  nel  senso  dell'articolazione  bifasica  del  giudizio
cautelare: il giudice nazionale non puo'  sospendere  e  rinviare  la
merito la pregiudiziale di validita', ma  deve  rimettere  subito  la
questione alla Corte e concedere la misura cautelare in via meramente
provvisoria, fino alla decisione della questione pregiudiziale. 
    Nonostante le innegabili diversita', questa fattispecie  presenta
anche alcune significative affinita' con le  situazioni  nella  quali
viene in rilievo il rapporto tra processo cautelare  e  incidente  di
costituzionalita'. In entrambi i casi, infatti, il giudice a quo, per
concedere la tutela cautelare e apprestare una tutela giurisdizionale
effettiva  per  i  diritti  dei  singoli,  esercita  un   potere   di
disapplicazione «provvisoria» (ora della norma comunitaria, ora della
legge incostituzionale), rimettendo contestualmente la  questione  di
validita' al giudice cui il controllo di quelle norme  sospettate  di
illegittimita' spetta in via esclusiva (la Corte di giustizia  in  un
caso, la Corte costituzionale nell'altro). 
    Anche  la  Corte  costituzionale,  infine,  con   riferimento   a
questioni di legittimita' sollevate in sede cautelare,  ha,  in  piu'
occasioni, osservato che la potestas  iudicandi  non  puo'  ritenersi
esaurita quando la concessione della  misura  cautelare,  come  nella
specie, e' fondata, quanto al fumus boni iuris, sulla  non  manifesta
infondatezza della questione di legittimita' costituzionale dovendosi
in tal caso la sospensione dell'efficacia del provvedimento impugnato
ritenere di carattere provvisorio e temporaneo fino alla ripresa  del
giudizio cautelare dopo l'incidente  di  legittimita'  costituzionale
(ex plurimis: sentenze n. 444 del 1990, n. 367 del 1991; n. 30  e  n.
359 del 1995; n. 183 del 1997, n. 4 del 2000 nonche'  l'ordinanza  n.
24 del 1995 e n. 194 del 2006). 
    5.4. Sempre in ordine alla rilevanza della questione, si  osserva
che nel caso di specie il requisito  del  periculum  in  mora  merita
positivo apprezzamento. E' evidente, infatti, che il tempo necessario
per  la  decisione  del  ricorso  nel  merito  potrebbe  arrecare  al
ricorrente  un   pregiudizio   grave   e   irreparabile,   anche   in
considerazione del  fatto  che  verrebbe  a  scadere  il  biennio  in
relazione al quale egli ha presentato la richiesta  di  trattenimento
in servizio. 
    6.  La  questione   di   legittimita'   costituzionale   non   e'
manifestamente infondata. 
    6.1. L'art. 25 legge  n.  240  del  2010,  escludendo  senz'altro
l'applicazione dell'art. 16 decreto legislativo n. 503  del  1992  ai
professori e ricercatori  universitari,  sembra,  infatti,  porsi  in
contrasto con gli articoli 3, 33, 97 Cost.. 
    Il Collegio ritiene, in particolare, che la deroga che  la  norma
introduce rispetto alla disciplina generale di cui al citato articolo
16 decreto legislativo n. 503 del 1992 appare irragionevole  (perche'
non sorretta  da  una  adeguata  ragione  giustificatrice),  comunque
sproporzionata rispetto alla finalita' perseguita, e lesiva  sia  del
principio del buon  andamento  dell'azione  amministrativa  (art.  97
Cost.), sia del  principio  dell'autonomia  universitaria  (art.  33,
ultimo comma, Cost.), nella  misura  in  cui  priva  le  Universita',
discriminandole rispetto a qualsiasi altro  ente  pubblico,  di  ogni
potere di valutazione in ordine alla possibilita'  di  accogliere  le
istanze  di  trattenimento  in  servizio  presentate  dal   personale
docente,  anche  laddove  tale  prolungamento  risulti  funzionale  a
specifiche  esigenze  organizzative,  didattiche  o  di  ricerca.  Si
impedisce cosi' alle universita' di dar corso ad una adeguata, seppur
eccezionale, misura organizzativa in tema di provvista di  personale,
escludendone  senza  rimedio  quello  caratterizzato   da   una   ben
difficilmente   ripetibile   qualificazione   scientifica,   la   cui
disponibilita' inerisce invece la specialita' del  servizio  pubblico
proprio delle universita', consistente  nella  concreta  trasmissione
del sapere. L'effetto e', in danno dell'interesse  generale  e  della
funzionalita' ad esso di  quel  servizio,  quello  dell'irrimediabile
dispersione di risorse preziose, quanto oggettivamente infungibili  a
un tale riguardo. 
    La norma, inoltre, trovando applicazione anche nei confronti  dei
professori e dei  ricercatori  universitari  che  abbiano  matura  un
aspettativa giuridicamente consolidata in ordine alla possibilita' di
permanere in servizio risulta  lesiva  del  principio  del  legittimo
affidamento e della  sicurezza  giuridica,  che  pure  trova  il  suo
fondamento,  secondo  quanto  piu'  volte   affermato   dalla   Corte
costituzionale, nell'art. 3 della Costituzione. 
    6.2. Giova, al riguardo,  ricostruire  brevemente  la  disciplina
generale - contenuta nell'art. 16 decreto legislativo n. 503 del 1992
- che si pone come tertium comparationis alla cui stregua valutare la
ragionevolezza della differente disciplina  introdotta  dall'art.  25
legge n. 340 del 2010. 
    L'art. 16, comma 1, decreto legislativo n.  503  del  1992,  dopo
aver riconosciuto la facolta' per «i dipendenti civili dello Stato  e
degli enti pubblici non  economici  di  permanere  in  servizio,  con
effetto dalla data di entrata in vigore della legge 23 ottobre  1992,
n. 421, per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti  di  eta'
per il collocamento a  riposo  per  essi  previsti»,  specifica,  nel
periodo  successivo  (introdotto   dall'art.   72,   comma   7,   del
decreto-legge 25 giugno 2008,  n.112),  che  «in  tal  caso  e'  data
facolta'  all'amministrazione,  in   base   alle   proprie   esigenze
organizzative e funzionali, di trattenere in servizio  il  dipendente
in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita  dal
dipendente  in  determinati  o  specifici  ambiti  ed   in   funzione
dell'efficiente andamento dei servizi». 
    La norma generale, la cui applicabilita' e' esclusa dall'art.  25
legge n. 340 del 2010 per i professori  e  ricercatori  universitari,
prevede, quindi, in seguito alle modifiche introdotte dall' art.  72,
comma 7, d.-1. n. 112 del 2008, un sistema nel quale il trattenimento
in servizio del dipendente pubblico non e' piu'  rimesso  ad  vero  e
proprio  diritto  potestativo  del   medesimo,   della   cui   scelta
l'Amministrazione deve limitarsi a  prenderne  atto,  come  accadeva,
invece, in base all'originaria formulazione dell'art. 16. 
    In seguito alle modifiche intervenute nel 2008, l'art. 16 decreto
legislativo n. 503 del 1992 non contempla piu' un diritto  soggettivo
alla permanenza in servizio del pubblico dipendente, ma  prevede  che
l'istanza che il dipendente ha facolta' di presentare venga  valutata
discrezionalmente  dall'amministrazione  (la  quale  ha  facolta'  di
accoglierla), e che essa possa avere accoglimento  solo  in  concreta
presenza degli specifici presupposti individuati dalla  disposizione,
i primi dei quali  sono  legati  ai  profili  organizzativi  generali
dell'amministrazione  medesima  («in  base  alle   proprie   esigenze
organizzative e funzionali») e i seguenti alla  situazione  specifica
soggettiva  e  oggettiva  del   richiedente   («in   relazione   alla
particolare esperienza professionale  acquisita  dal  richiedente  in
determinati  o  specifici  ambiti  ed  in  funzione   dell'efficiente
andamento dei servizi»). 
    6.3. Come la giurisprudenza amministrativa ha chiarito (cfr.,  in
particolare,  Cons.  Stato,  VI,  6  giugno  2011,  n.   3360),   con
l'innovazione introdotta dall'art. 72, comma  7,  d.-1.  n.  112  del
2008, la permanenza in servizio oltre l'ordinario limite di  eta'  e'
divenuto istituto da considerare  ormai  eccezionale  a  causa  delle
esigenze generali di contenimento della spesa pubblica  espressamente
perseguito con  la  manovra  di  cui  allo  stesso  decreto-legge,  e
segnatamente con le disposizioni del Capo II, tra cui  e'  quella  in
esame. Pertanto la sua determinazione in concreto va sorretta, se nel
senso della protrazione del servizio, da adeguate giustificazioni  in
relazione ai parametri di valutazione indicati dalla disposizione, la
cui  ragione  va  puntualmente   esternata.   Tra   questi,   secondo
l'interpretazione giurisprudenziale deve considerarsi  prevalente  la
considerazione delle effettive «esigenze organizzative e  funzionali»
dell'amministrazione,  rispetto  a  cui  «la  particolare  esperienza
professionale acquisita dal richiedente in  determinati  o  specifici
ambiti»  rappresenta  un  criterio  giustificativo   necessario,   ma
ulteriore, e non gia' la ragione determinante. 
    Si tratta, infatti, di dar corso  ad  un'ipotesi  eccezionale  di
provvista di docente, che deve essere adeguatamente  giustificata  da
oggettivi e concreti fatti organizzativi,  tali  da  imporre  che  si
faccia ricorso ad un tale particolare strumento. 
    Questo Consiglio di Stato ha cosi' precisato  che  l'esternazione
di una tale giustificazione della scelta -  insieme  a  quella  sugli
altri  elementi  richiesti,  a  seguire,  dalla  disposizione  -   e'
necessaria per dar conto del  come  e  perche'  l'amministrazione  si
determini, derogando alle  esigenze  di  risparmio  perseguite  dalla
legge, a seguire questa speciale via (cfr. ancora Cons. Stato, VI,  6
giugno 2011, n. 3360). 
    Non cosi' e' quando l'amministrazione si determini negativamente,
ricorrendo allora la situazione ordinaria di normale  estinzione  del
rapporto lavorativo per raggiungimento dei limiti di  eta',  che  non
richiede una speciale esternazione circa  la  particolare  esperienza
professionale dell'interessato. 
    La ratio della modifica del 2008 e', infatti,  essenzialmente  di
contenimento finanziario e questo prevale, perche' cosi' vuole questa
legge, sulla qualita' professionale del  docente:  sicche'  e'  nella
prima valutazione che va incentrata la scelta e ne  va,  se  positiva
rispetto alla disponibilita' offerta dall'interessato, manifestata la
ragione. L'innovazione del 2008 ha invertito, quindi, il rapporto tra
regola ed eccezione della legislazione del 1992.  L'uso  del  termine
«facolta'»  descrive  null'altro  che  la  possibilita',   da   parte
dell'interessato, di domandare all'amministrazione  il  trattenimento
in servizio, ma non piu' un diritto all'ufficio. La  struttura  della
fattispecie definita dalla disposizione del 2008  si  configura  come
eccezionale e sottopone raccoglimento a rigorose condizioni. 
    7. Rispetto a tale disciplina, che,  come  si  e'  appena  visto,
sottopone il mantenimento  in  servizio  a  rigorose  condizioni,  la
scelta radicale, contenuta nell'art. 25 legge n.  240  del  2010,  di
escludere  sempre   e   comunque   per   professori   e   ricercatori
universitari, ogni possibilita' di mantenimento in  servizio,  appare
irragionevole e sprovvista di una sostanziale giustificazione e, come
tale, in contrasto con uno dei corollari del principio di uguaglianza
di cui all'art. 3 Cost., ovvero con il  principio  di  ragionevolezza
della legge. 
    Non pare ravvisarsi, infatti, una idonea ragione  giustificatrice
che possa  essere  addotta  a  sostegno  della  definitiva  e  totale
esclusione per questa speciale categoria di dipendenti  pubblici,  di
qualsiasi possibilita' di mantenimento in servizio oltre  il  normale
periodo di servizio. 
    7.1.  Non  sembra,  in  particolare,  rappresentare  una   valida
giustificazione l'esigenza, che talvolta emerge anche nel  corso  dei
lavori preparatori della legge  n.  240  del  2010,  di  favorire  il
ricambio generazionale nelle Universita'. Qui,  infatti,  non  e'  in
discussione  la  realizzazione  di  tale  obiettivo,  che  certamente
rientra nella discrezionalita' del legislatore, ma  il  bilanciamento
che il legislatore deve compiere tra il suo perseguimento e la tutela
di altri valori di primario rilievo costituzionale che possono essere
incisi dalla scelta legislativa (cfr. Corte cost., 24 luglio 2009, n.
239). 
    Nel caso di specie, la scelta legislativa  appare  sbilanciata  e
sproporzionata,  perche',  in   nome   dell'esigenza   del   ricambio
generazionale,  il  legislatore  non  si  fa  carico  delle  negative
ripercussioni  che  potrebbero  derivarne  sul  principi   del   buon
andamento della pubblica (art.  97  Cost.)  amministrazione  e  della
tutela dell'autonomia universitaria (art. 33 Cost.). 
    Cio' emerge in maniera evidente se si considera che gli obiettivi
che la norma persegue vengono gia' adeguatamente perseguiti dall'art.
16 decreto legislativo n. 503 del 1992 che, in seguito alle modifiche
del 2008, prevede  l'eccezionalita'  del  mantenimento  in  servizio,
tanto da specificare che esso possa essere assentito solo in presenza
di specifici e stringenti presupposti. 
    Nell'ambito di un sistema che gia' prevede come regola  generale,
anche  per  favorire  il  ricambio  generazionale  nell'ambito  della
pubblica  amministrazione,  l'eccezionalita'  del   mantenimento   in
servizio, la scelta di escludere radicalmente, per i professori  e  i
ricercatori universitari, ogni possibilita' di prolungamento  rischia
di rappresentare una limitazione eccessiva e sproporzionata. 
    8. L'automatismo dell'interruzione  del  servizio  al  compimento
dell'eta' prevista, e la totale esclusione di  ogni  possibilita'  di
diversa  valutazione  da  parte  dell'amministrazione,  finisce,   in
particolare,   per   minare   quei   valori,   anch'essi   di   rango
costituzionale, che la norma generale (l'art. 16 decreto  legislativo
n. 503 del 1992), qui richiamata come tertium comparationis, cerca al
contrario di assicurare. 
    8.1. Si tratta, in primo luogo, del principio del buon  andamento
dell'azione amministrativa di cui all'art. 97 Cost.: l'art. 25  legge
n. 240 del 2010 impedisce  alle  Universita'  di  poter  disporre  il
mantenimento in servizio per un ulteriore  biennio  anche  quando  la
continuita' del servizio si imporrebbe in vista della  necessita'  di
soddisfare specifiche  «esigenze  organizzative  e  funzionali»,  cui
l'art.  16  decreto  legislativo  n.  503  del   1992   fa   espresso
riferimento.  Il  valore  costituzionale  del  buon  andamento  della
pubblica  amministrazione  -   che   non   puo'   non   prendere   in
considerazione  il  ricordato  obiettivo  della  trasmissione   delle
conoscenze - e', in tal modo, totalmente obliterato, e questo,  oltre
a rilevare come autonomo profilo di incostituzionalita', rende  ancor
piu' evidente  il  vulnus,  recato  dalla  rigidita'  introdotta,  al
richiamato principio di ragionevolezza. 
    8.2. Un ulteriore profilo di possibile incostituzionalita'  viene
in rilievo anche in relazione all'art. 33, comma 6, Cost., che tutela
l'autonomia funzionale delle Universita',  riconoscendo  il  «diritto
delle stesse di governarsi liberamente attraverso i  suoi  organi  e,
soprattutto,  attraverso  il  corpo  dei  docenti  nelle  sue   varie
articolazioni, cosi' risolvendosi nel  potere  di  autodeterminazione
del corpo accademico (cosiddetto autogoverno dell'ente da  parte  del
corpo accademico)» (Corte cost., 9 novembre 1988, n. 1017). 
    L'autonomia  universitaria  -  che  e'  autonomia  organizzativa,
contabile, didattica e scientifica - rischia di  essere  pregiudicata
da una norma che preclude,  invece,  proprio  alle  Universita'  ogni
decisione sulla permanenza in servizio del proprio personale docente. 
    In tal modo,  la  disparita'  di  trattamento  tra  categorie  di
pubblici dipendenti (i professori e ricercatori universitari rispetto
al restante personale pubblico) viene a tradursi in una disparita' di
trattamento anche tra i  relativi  enti  di  appartenenza,  negandosi
proprio  alle  Universita',  titolari  di   un'autonomia   funzionale
costituzionalmente garantita, ogni margine di autonomo apprezzamento. 
    9.  Un  ulteriore  profilo  di  irragionevolezza   deriva   dalla
violazione del principio della sicurezza giuridica e  di  tutela  del
legittimo affidamento maturato in capo ai  professori  e  ricercatori
universitari per effetto della previgente normativa. 
    La Corte costituzionale ha gia' avuto occasione di affermare  che
nel nostro  sistema  costituzionale  non  e'  affatto  interdetto  al
legislatore di emanare disposizioni le quali vengano a modificare  in
senso sfavorevole per i beneficiari la  disciplina  dei  rapporti  di
durata, anche se  l'oggetto  di  questi  sia  costituito  da  diritti
soggettivi perfetti. Secondo la stessa giurisprudenza costituzionale,
rappresenta, tuttavia, condizione essenziale  che  tali  disposizioni
non  trasmodino  in  un  regolamento  irrazionale,  frustrando,   con
riguardo a situazioni sostanziali  fondate  sulle  leggi  precedenti,
l'affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, da  intendersi
quale elemento fondamentale dello Stato di diritto (cfr. sentenze  n.
236 e n. 24 del 2009; n. 11 del 2007; n. 409 del  2005;  n.  446  del
2002; n. 416 del 1999, n. 360 del 1995, n. 573 del 1990, n.  822  del
1988 e n. 349 del 1985). 
    Il principio del  legittimo  affidamento,  in  particolare,  deve
ritenersi violato (con conseguente  incostituzionalita'  della  legge
per violazione del principio di uguaglianza,  sotto  il  profilo  del
difetto di ragionevolezza), nel caso in cui la  nuova  norma  incida,
con  una  disciplina  peggiorativa,  su  aspettative   giuridicamente
qualificate, che siano pervenute  ad  un  livello  di  consolidamento
cosi'    elevato    da     creare,     appunto,     quell'affidamento
costituzionalmente  protetto  nella   conservazione   del   pregresso
trattamento. 
    Nel caso di specie, l'art.  25  legge  n.  240  del  2010  sembra
tradire il principio del legittimo affidamento nella  misura  in  cui
prevede  che  la  disciplina   da   esso   introdotta   si   applichi
indistintamente a tutti  i  professori  e  ricercatori  universitari,
anche a quelli che, come il ricorrente, per molti  anni  hanno  fatto
affidamento su una  disciplina  che  consentiva  il  mantenimento  in
servizio per un ulteriore biennio: inizialmente a semplice richiesta,
e poi, in seguito alle modifiche introdotte dall'art.  72,  comma  7,
decreto-legge n.  112  del  2008,  previa  valutazione  discrezionale
dell'amministrazione. 
    Al momento dell'entrata  in  vigore  della  norma  censurata,  il
ricorrente era in procinto di iniziare il biennio  di  prolungamento,
tanto che era  gia'  stato  autorizzato  in  tal  senso  con  decreto
rettorale adottato sulla base della originaria  disciplina  dell'art.
16 d.lgs. n. 503 del 1992. Egli, pertanto,  puo'  ritenersi  titolare
non  di  una  aspettativa  di  mero  fatto,  ma  di  una  aspettativa
giuridicamente rilevante, ormai  pervenuta,  per  effetto  del  tempo
trascorso e del provvedimento di autorizzazione al  trattenimento  in
servizio gia' adottato, ad  un  livello  di  consolidamento  tale  da
creare un legittimo affidamento. 
    Sotto tale profilo, l'art. 25 della legge n. 240 del 2010,  nella
misura in cui esclude dalla nuova disciplina soltanto  i  beneficiari
di un provvedimento  di  mantenimento  in  servizio  che  abbia  gia'
iniziato a produrre effetti, opera una  irragionevole  disparita'  di
trattamento tra situazioni sostanzialmente identiche, tutte  comunque
caratterizzate da un legittimo affidamento nel prolungamento biennale
del rapporto. 
    10. Per quanto esposto, appare  rilevante  e  non  manifestamente
infondata la questione di legittimita'  costituzionale  dell'art.  25
della legge 240 del 2010, in relazione agli articoli 3, 33 e 97 della
Costituzione. 
    Per l'effetto, vanno trasmessi alla Corte costituzionale gli atti
del giudizio sospeso con ordinanza pronunciata in data odierna