IL TRIBUNALE
Ha pronunziato, all'esito dell'odierna udienza camerale, la
seguente ordinanza sull'appello presentato il 15 settembre 2000 dal
difensore di Rea Francesco avverso l'ordinanza emessa dal g.i.p. in
sede in data 4 luglio 2000 con la quale veniva rigettata l'istanza di
declaratoria d'inefficacia della misura cautelare applicata nei
confronti del Rea con ordinanza del 16 febbraio 2000 ai sensi
dell'art. 297, comma 3, c.p.p. decidendo in sede di rinvio a seguito
dell'annullamento da parte della Corte di cassazione, con sentenza
del 2 febbraio 2001, dep. 1 marzo 2001, dell'ordinanza di questo
tribunale in data 10 ottobre 2000 che aveva, in accoglimento del
gravame, dichiarata l'inefficacia della misura ed imposto al Rea il
divieto di dimora nelle Province di Napoli, Avellino, Benevento e
Caserta;
Rilevato
Che con l'impugnato provvedimento il g.i.p. ha rigettato
l'istanza difensiva ritenendo che tra i fatti oggetto della prima
ordinanza (omicidio Fico/Porricelli e connessi reati concernenti le
armi) e quelli contestati al Rea con l'ordinanza del 16 febbraio 2000
(associazione camorristica e concorso nell'omicidio Fucile) non
sussistesse il nesso teleologico richiesto dall'art. 297, comma 3,
atteso "che l'omicidio oggetto della prima ordinanza risale a circa
sei mesi prima dell'attivita' associativa oggetto della successiva
contestazione e faceva riferimento a situazioni pregresse collegabili
a soggetti e fatti del tutto diversi" e che, benche' la fonte di
prova fosse per entrambi la medesima attivita' di intercettazione
ambientale, tuttavia i fatti oggetto della seconda ordinanza erano
stati riferiti al p.m. solo con un'informativa del gennaio 1999,
successiva al rinvio a giudizio disposto in relazione al primo fatto;
Che con i motivi d'appello la difesa, premesso che il tribunale
costituito ex art. 310 c.p.p. aveva dichiarata l'inefficacia della
misura disposta a carico di Mollo Francesco avente identica posizione
processuale in quanto raggiunto da entrambe le ordinanze in questione
(con decisione divenuta nelle more definitiva, avendo la 2a sez.
della Corte di cassazione, con sentenza n. 02121/01 del 20 marzo 2001
dep. 2 luglio 2001, dichiarato inammissibile il ricorso del p.m.,
ndr) ha dedotto innanzi tutto l'erroneita' del rilievo del g.i.p.
circa il tempo dell'omicidio Fico/Porricelli atteso che esso avvenne
dopo quello in danno del Fucile (oggetto della seconda ordinanza),
inquadrato nella lotta tra clan camorristici contrapposti, matrice
questa comune anche all'omicidio Fico/Porricelli, entrambi
addebitati, sulla base delle medesime intercettazioni, al Mollo ed al
Rea; che la prima informativa dei Carabinieri di Torre del Greco
risale al 17 febbraio 1998 di tal che il p.m. era in possesso di
tutti gli elementi per la contestazione dei delitti oggetto
dell'ordinanza del 16 febbraio 2000 gia' prima dell'emissione della
prima ordinanza e che sarebbe in ogni caso assolutamente illogico ed
inspiegabile che, mentre per l'omicidio Fico/Porricelli sono state
svolte immediate indagini, per l'altra vicenda, emersa
contestualmente alla prima, non sia stata svolta alcuna attivita' per
circa otto mesi;
Che in accoglimento del gravame, questo tribunale, costituito ex
art. 310 c.p.p., ha annullato l'impugnata ordinanza ritenendo che,
essendo il p.m. in possesso di tutti gli elementi sufficienti alla
contestazione dei fatti oggetto dell'ordinanza del 16 febbraio 2000
gia' prima dell'emissione della prima ordinanza cautelare non fosse
necessaria, ai fini dell'applicabilita' dell'art. 297, comma 3
c.p.p., la sussistenza del nesso teleologico di cui all'art. 12,
comma 1 lettera b) e c) limitatamente ai reati commessi per eseguire
gli altri, richiamando il prevalente indirizzo giurisprudenziale
della Cassazione sul punto;
Che con la surricordata sentenza di annullamento, la Cassazione
ha censurato tale decisione per violazione di legge affermando il
principio che "come si desume in modo inequivoco dal tenore letterale
e logico della norma richiamata, il divieto della contestazione a
catena opera - nel caso (come quello di specie) in cui sia stata
disposta con piu' ordinanze la medesima misura cautelare per fatti
diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza -
sempre che in relazione a tali fatti sussista connessione ai sensi
dell'art. 12, primo comma, lettere b) e c) c.p.p., limitatamente ai
casi di reati commessi per eseguire gli altri e sempre che si tratti
di fatti desumibili dagli atti del procedimento prima del rinvio a
giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione" e
rilevando altresi' difetto di motivazione per aver il tribunale
omesso "di indicare sulla base di quali concreti elementi e' stato
raggiunto il convincimento che l'attivita' di intercettazione fosse
sicuramente tale da integrare in se stessa la sussistenza di elementi
indiziari gravi e precisi e concordanti in ordine ai fatti tutti
oggetto della seconda ordinanza di custodia cautelare ivi compresa la
individuazione dei partecipi al clan Veneruso";
Osserva che quest'ultimo profilo - attinente al difetto di
motivazione e che pertanto non vincola questo giudice di rinvio a
ritenere necessari, per l'emissione dell'ordinanza cautelare indizi
gravi precisi e concordanti ne' a ritenere che per emettere ordinanza
cautelare in relazione al delitto di cui all'art. 416-bis sia
necessaria l'individuazione dei partecipi al clan e non bastino gravi
indizi in ordine alla sussistenza dell'associazione e alla
partecipazione ad essa del soggetto indagato, trattandosi di meri
passaggi argomentativi esplicativi della necessita' di provvedere
all'indicazione, omessa nel provvedimento impugnato, degli elementi
integranti le condizioni di cui all'art. 273 c.p.p. - risulta in
effetti pregiudiziale dal momento che se l'indagine richiesta avesse,
in fatto, esito negativo difetterebbero in radice le condizioni di
applicabilita' dell'art. 297, comma 3 c.p.p. Ha invero sostenuto il
p.m. nel suo parere al g.i.p. e poi nel ricorso per cassazione, che
ne' al momento dell'esercizio dell'azione penale in ordine ai fatti
di cui al primo titolo custodiale ne', a maggior ragione, al momento
dell'emissione di questo, esisteva a carico del Rea un quadro
indiziario connotato dal requisito della gravita' in ordine al reato
di cui all'art. 416-bis e di concorso nell'omicidio Fucile contestati
con la seconda ordinanza (nella quale non e' stato contestato al Rea
alcun reato di evasione - addebitati invece al Mollo - come
erroneamente sostenuto nella sentenza della Cassazione) atteso che:
l'informativa del 17 aprile 1998 atteneva ad una sparuta
parte delle intercettazioni ambientali aventi ad oggetto dialoghi
circa il delitto di tentata estorsione ascritto al Mollo;
un quadro indiziario adeguato, idoneo a contestare la
fattispecie dell'associazione camorristica e gli altri reati di cui
alla successiva ordinanza e' stato offerto solo dall'informativa dei
CC. del 16 febbraio 1999 contenente gli elementi investigativi in
base ai quali erano stati compiutamente identificati i soggetti
accusati di aver costituito o preso parte, insieme al Rea, al clan
Veneruso nonche' quelli necessari per contestare il concorso
nell'omicidio Fucile;
la mera disponibilita' materiale delle bobine delle
intercettazioni (avvenuta con la cessazione dell'attivita'
d'intercettazione nell'aprile del 1998) non implica per il p.m. anche
la conoscenza del contenuto dei dialoghi intercettati, essendone
necessaria la trascrizione;
la indispensabile e complessa attivita' di ricerca dei dati
di riscontro e' stata portata a conoscenza dell'Ufficio di Procura
solo con l'informativa del 16 febbraio 1999, successiva persino al
rinvio a giudizio del Rea e del Mollo in ordine all'omicidio
Fico/Porricelli oggetto dell'ordinanza dell'ottobre 1998;
Siffatte affermazioni non possono pero', ad avviso di questo
tribunale, esser condivise.
Va innanzi tutto rilevato che a norma degli artt. 267, comma 4
(secondo cui il p.m. procede alle operazioni di intercettazione
personalmente ovvero avvalendosi di un ufficiale di p.g.) e 268,
commi 2, 3 e 4 (secondo cui nel verbale delle operazioni di
intercettazione e' trascritto anche sommariamente il contenuto delle
comunicazioni intercettate; i verbali e le intercettazioni sono
immediatamente trasmessi al p.m. che, salva l'eccezione di cui al
comma 5, entro 5 giorni provvede al deposito in segreteria) il p.m.
che ha chiesto ed ottenuto l'autorizzazione all'intercettazione non
ha la mera disponibilita' materiale delle bobine ma, con i verbali,
anche la piena disponibilita' giuridica degli elementi di prova
emergenti dal contenuto delle comunicazioni, tanto che la
giurisprudenza e' assolutamente pacifica nel ritenere che, ai fini
della richiesta di misura cautelare, non e' affatto necessario
attendere la trascrizione delle registrazioni ma sono sufficienti i
verbali contenenti sommariamente il contenuto delle comunicazioni
(cd. brogliacci).
Ne consegue che in tanto potrebbe affermarsi che il quadro
indiziario abbia assunto il requisito della gravita' solo a seguito
dell'informativa dei Carabinieri di Torre del Greco del 16 febbraio
1999 in quanto con essa fossero stati portati a conoscenza o i
riscontri esterni eventualmente necessari ovvero gli esiti delle
indagini eventualmente necessarie per l'identificazione degli
interlocutori o dei personaggi cui costoro si riferiscono durante le
conversazioni intercettate.
Ma nel caso di specie non e' cosi', ne' in relazione al delitto
di cui all'art. 416-bis ne' in relazione al concorso nell'omicidio
Fucile, contestati al Rea con la successiva ordinanza del 16 febbraio
2000.
Quanto all'ipotesi associativa, va infatti evidenziato che gia'
nell'ordinanza cautelare applicativa della custodia cautelare in
carcere per l'omicidio Fico/Porricelli, emessa nell'ottobre del 1998,
venne contestata al Mollo ed al Rea l'aggravante di cui all'art. 7
legge n. 203/1991 avendo agito "avvalendosi delle condizioni previste
dall'art. 416-bis C.P. essendo il Mollo ed il Rea appartenenti ad
organizzazione camorristica" e, nella richiesta del p.m. riportata
come parte integrante della motivazione, si legge: "successivamente i
CC. di Torre del Greco, con informativa del 17 febbraio 1998,
nell'ambito dell'attivita' di indagine condotta nei confronti del
clan Veneruso (operante in Volla e paesi limitrofi) evidenzia vano il
contenuto di una conversazione ... (nel corso della quale) il Mollo
parla con un suo amico in corso di identificazione e fa riferimento
ad alcuni personaggi affiliati al clan di cui egli stesso fa parte
... parla, tra gli altri, anche di Rea Francesco detto "o' Pagliesco
raccontando dell'esecuzione dell'omicidio "del marito e della moglie
individuato dagli inquirenti in quello dei coniugi Fico/Porricelli,
avvenuto il 29 gennaio 1997" Orbene la stessa contestazione
dell'aggravante di cui all'art. 7, legge n. 203/1991 nei termini
suindicati sta a significare che gia' in quel momento esistevano, nei
confronti del Rea e del Mollo, indizi gravi anche in ordine alla loro
partecipazione al "clan Veneruso".
L' inconfutabile conferma di cio' proviene dalla richiesta di
applicazione della misura successivamente formulata dal p.m. (ed
accolta dal g.i.p. con l'ordinanza del 16 febbraio 2000) che, in
relazione all'esistenza del clan Veneruso e alla partecipazione ad
esso del Rea, cosi' motiva:
"Il clan Veneruso deve il suo nome a Gennaro Veneruso, promotore
e capo carismatico indiscusso, come si vedra', del gruppo che opera
prevalentemente nell'area del comune di Volla. Attualmente il clan
Veneruso si e' assicurato una posizione di assoluto ed esclusivo
predominio nell'area vollese, imponendo la propria forza di gruppo
organizzato sia nei confronti della popolazione sia nei confronti dei
clan operanti nei comuni viciniori. La commissione di efferati
delitti contro l'incolumita' personale nei confronti di "nemici
esterni ma anche interni all'associazione stessa (si pensi in
particolare al duplice omicidio Fico-Porricelli e all'omicidio di
Fucile Francesco di cui si dira) ha "accreditato gli uomini del clan
Veneruso presso le altre organizzazioni militari; d'altro canto la
forza militare manifestata dal clan Veneruso per la realizzazione dei
propri scopi e la sorprendente disponibilita' di armi di vario tipo
ha contribuito a dare maggiore spessore alla capacita' intimidatoria
dell'organizzazione stessa. Il clan Veneruso puo' infatti contare su
uno stato di effettiva soggezione e omerta' della popolazione,
circostanza questa che consente all'organizzazione di perpetrare
delitti in maniera quasi indisturbata e anzi al riparo dal rischio di
possibili denunce da parte delle vittime. Come si dira' piu'
diffusamente in seguito, l'attivita' illecita al tempo stesso piu'
redditizia e diffusa nell'area vollese e', secondo quanto riferito
dalle stesse forze dell'ordine, quella delle estorsioni. Cio' sia
perche' numerose sono le iniziative per la realizzazione di opere
pubbliche nel territorio del comune di Volla, sia perche' il clan
puo' contare sulla scarsa collaborazione con le forze dell'ordine da
parte della popolazione civile, che solo di rado ha denunciato
episodi di violenza e/o minaccia".
Prima di concentrare l'attenzione sul clan Veneruso, e' tuttavia
opportuno inquadrare in chiave storica le alleanze createsi tra i
diversi clan camorristici operanti nell'area vesuviana e in
particolar modo nei comuni di Casalnuovo di Napoli e di Volla. Cio'
al fine di evidenziare come lo stesso clan si sia nel tempo
assicurato un ruolo di reale predominio e di effettivo controllo del
territorio nella zona vollese. Il clan Veneruso si e' infatti
garantito da possibili ingerenze e intrusioni esterne ad opera di
altri gruppi, sia grazie all'affermazione di forza che promana da
tale posizione egemonica, sia attraverso un sistema di alleanze piu'
o meno esplicite con i clan operanti nei comuni limitrofi.
In particolare Gennaro Veneruso era legato da un saldo vincolo di
amicizia con Francesco Romano, esponente del clan Romano, operante in
Casalnuovo di Napoli. Per meglio chiarire l'importanza di tale
legame, occorre fare una premessa sulla guerra di camorra che in
Casalnuovo dopo la eliminazione di Egizio Antonio si e' aperta e per
certi versi e' tuttora in corso tra il clan Romano e il clan Piscopo
per la spartizione del territorio e l'affermazione di egemonia per la
gestione delle attivita' illecite. Antonio Egizio era, sin dai primi
anni `90, il capo dell'organizzazione camorristica che gestiva e
controllava direttamente il territorio di Casalnuovo e di Acerra,
esercitando nel contempo anche una forte influenza sui clan operanti
in territori confinanti, tra cui il clan Veneruso. Il 13 febbraio
1993, Egizio rimaneva vittima di un agguato deciso all'interno del
suo stesso clan da parte delle famiglie Romano e Piscopo, che
intendevano assumere la leadership del sodalizio e che per la stessa
ragione entravano subito dopo in conflitto tra loro.
Orbene per Gennaro Veneruso il legame tra il suo clan e il clan
Romano e' tanto piu' prezioso proprio perche' tale ultimo gruppo
camorristico si contende con il clan Piscopo il potere egemonico
nell'area di Casalnuovo, paese confinante con Volla. Ulteriore e
ugualmente importante punto di unione tra il clan Romano e il clan
Veneruso e', poi, il forte vincolo di amicizia che lega Francesco
Rea, detto 'o Pagliesco, (elemento di spicco militante nel clan
Romano) e Manna Pasquale (esponente di notevole rilievo, come si
vedra', del clan Veneruso). L'esistenza di una effettiva e solida
rete di collegamento tra gli uomini del clan Veneruso e gli uomini
del clan Romano e i reciproci interessi nel mantenere rapporti di
"buon vicinato" nell'area dei comuni di Volla e di Casalnuovo e'
attestata, inoltre, dalle risultanze investigative che hanno condotto
all'adozione del provvedimento restrittivo in carcere emesso dal
g.i.p. presso il Tribunale di Napoli con ordinanza n. 353/1998 del
16 ottobre 1998 nei confronti di Mollo Francesco e Rea Francesco,
accusati del duplice omicidio in danno di Fico Pasquale e Porricelli
Lucia, avvenuto in Casalnuovo il 29 gennaio 1997. Tale vicenda
delittuosa si iscrive a pieno titolo nella faida di camorra esistente
in Casalnuovo tra il clan Piscopo e il clan Romano e proprio per
questo segna un importante momento di saldatura tra gli uomini del
clan Rea- Romano e gli uomini del clan Veneruso.
Il duplice omicidio Fico-Porricelli e' infatti, nell'ambito di
una catena di delitti per cosi' dire a reazione tra i due clan, il
frutto di una vendetta personale voluta da Rea Francesco e messa in
atto da Mollo Francesco per l'omicidio di Rea Giuseppe, fratello di
Francesco, e di Raffaele Di Donato verificatosi il 7 novembre 1994 in
seguito ad un agguato voluto dall'organizzazione capeggiata da
Piscopo Pino e mirato alla eliminazione di Rea Francesco (anche se
poi, per effetto di una vero e proprio errore di persona, altre, come
si vedra', furono le vittime).
Ruolo decisamente significativo nella commissione del duplice
omicidio Rea-Di Donato, lo ebbe la famiglia Fico, la quale, abitando
in Casalnuovo in una abitazione posta di fronte a quella di Rea
Francesco era stata incaricata di segnalare gli spostamenti di Rea
Francesco, all'evidente scopo di consentire agli uomini del clan
Piscopo di tendere a questo un agguato. La collaborazione prestata in
tale circostanza dalla famiglia Fico trova ampia giustificazione alla
luce dei rapporti pregressi esistenti tra Fico Pasquale e Rea
Francesco.
Fico aveva infatti ottenuto da quest'ultimo un prestito di 18
milioni, per la restituzione del quale era stato pattuito un
pagamento rateale; il Fico tuttavia dopo aver pagato la prima rata si
mostro' inadempiente; non solo, ma quando il Rea pretese con
insistenza che il Fico tenesse fede agli accordi presi, tra i due ne
era nata una discussione accesa che evidentemente aveva fatto sorgere
nel Rea un desiderio di vendicarsi e di punire l'atteggiamento
prepotente e arrogante del proprio debitore. Questo motivo e' alla
base dell'attentato sotto forma di gambizzazione posto in essere
dallo stesso Rea nei confronti di Fico Pasquale.
La trama che consente di inquadrare in un'unica cornice tali
eventi e' ben spiegata dai collaboratori di giustizia, Romanelli
Giuseppe e Manna Amodio, sentiti dal p.m. di questa d.d.a. il
22 aprile 1998, i cui verbali sono acquisiti agli atti del
procedimento.
Quanto poi alla valenza che deve essere attribuita alle
dichiarazioni rese dai due collaboranti, si tenga presente che la
seconda sezione della Corte di Assise di Napoli, nell'ambito del
procedimento a carico di Manna Amodio, Romanelli Giuseppe, Capasso
Antonio, Panico Gennaro, Fico Domenico e Cirella Aniello per
l'omicidio di Rea Giuseppe e Di Donato Raffaele, nel valutare il
contenuto delle dichiarazioni accusatorie ed autoaccusatorie dei due
collaboratori, ha affermato "la attendibilita' intrinseca di Manna e
Romanelli, stante la complessiva fondatezza delle loro dichiarazioni,
corrispondenti ai risultati della prova generica, nonche' alle
deposizioni testimoniali descritte, in mancanza di contestazioni di
rilievo, deve ritenersi una costanza e coerenza delle stesse
dichiarazioni e una loro autonomia, in quanto ispirate a fonti di
conoscenza diretta e indiretta (per il Romanelli), riportando
quest'ultimo la genesi delle sue accuse".
Al di la', poi, delle conclusioni cui e' giunta la Corte di
assise nel valutare la sussistenza in capo ai singoli imputati degli
elementi per la affermazione della loro responsabilita' penale in
ordine al duplice omicidio Rea-Di Donato (la Corte ha emesso sentenza
di condanna nei confronti di Manna e Romanelli e di assoluzione nei
confronti di tutti gli altri, cio' che conta e' la robusta
convinzione negli ambienti criminali che il vero obiettivo
dell'agguato era Rea Francesco e che i Fico ebbero un ruolo
determinante nella fase esecutiva dell'assassinio. Di non poco
significato, al riguardo e' il contenuto delle dichiarazioni rese da
Fico Pasquale il 30 dicembre 1996, cioe' il giorno successivo a
quello in cui il figlio Fico Domenico era stato tratto in arresto in
esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal g.i.p.
presso il Tribunale di Napoli proprio con riferimento al duplice
omicidio Rea-Di Donato. Fico Pasquale, presentatosi spontaneamente
presso la caserma dei C.C. di Castello di Cisterna, nell'evidente
intento di scagionare il figlio, attribui' a se' il ruolo e la
condotta contestata a Fico Domenico, accusandosi in tal modo egli
stesso di avere concorso nell'omicidio.
Appare dunque evidente che, anche a prescindere dalle risultanze
dibattimentali, negli ambienti malavitosi in cui il duplice omicidio
Rea-Di Donato e' maturato, i Fico vengono individuati quali
responsabili dell'azione delittuosa: da cio' la sete di vendetta di
Rea Francesco contro Fico Pasquale e Fico Domenico.
A soddisfare tale abietto desiderio e', come si e' detto, uno
degli esponenti del clan Veneruso, Mollo Francesco, destinatario,
unitamente a Rea Francesco dell'ordinanza di custodia cautelare
n. 353/1998 emessa dal g.i.p. presso il Tribunale di Napoli in
relazione al duplice omicidio Fico-Porricelli.
Il forte legame con Rea Francesco consente al clan Veneruso di
esercitare la propria influenza anche sulle zone limitrofe il comune
di Volla, in particolare nella zona di Castello di Cisterna e nella
localita' Casarea.
Che tale potere non sia poi solo una astratta potenzialita' per
il clan Veneruso emerge in maniera lampante dalla lettura di alcuni
brani delle intercettazioni ambientali. In particolare, in un
occasione Mollo si lamenta con i propri compagni di essere stato
costretto, lui che, si ricorda, era detenuto agli arresti
domiciliari, a commettere un'evasione per recarsi in Castello di
Cisterna al fine di dare una lezione a Gallo Claudio. Questi, che
viene indicato nei dialoghi anche come lo zio di Rodolfo (Biondelli
Rodolfo perse la vita in un agguato di camorra il 4 aprile 1996), e'
l'autore dei cosi' detti "cavalli di ritorno", vale a dire delle
estorsioni praticate per costringere le vittime a consegnare somme di
danaro per riacquistare la disponibilita' di autovetture di cui sono
stati in precedenza derubati. Cio' che fa scattare la dura reazione
di Mollo e' la necessita' di non esasperare gli animi della
popolazione, la quale, di fronte a piccole ma pur sempre spiacevoli
aggressioni alla proprio vita quotidiana potrebbe essere indotta a
cercare la protezione da parte delle Forze dell'Ordine. In altre
parole il clan intende controllare il territorio di propria
pertinenza anche e soprattutto ergendosi a tutore dell'ordine
pubblico e sovrapponendosi in tal modo all'apparato statuale.
II.b.1.C. Omicidio Fico-Porricelli.
E' necessario premettere che per tale vicenda pende autonomo
fascicolo processuale; se tuttavia si ritiene opportuno parlarne
anche in tale sede e' per mettere in risalto la riconducibilita'
dell'omicidio medesimo nell'ambito di un piano delinquenziale
maturato all'interno dell'associazione del clan Veneruso.
Il 29 gennaio 1997, verso le ore 13,30 circa, in Tavernanova,
vennero uccisi i coniugi Fico Domenico e Porricelli Lucia, i quali al
momento dell'agguato si trovavano a bordo di una autovettura Alfa
Romeo 75 di colore rosso, che viaggiava lungo la via Nazionale delle
Puglie in direzione di Pomigliano d'Arco. La corsa fu arrestata
dall'esplosione dei colpi d'arma da fuoco, allorche' i due coniugi,
giunti all'altezza dell'incrocio per Casalnuovo (via Arcora) e per
Volla (via Filichito), venivano affiancati da un'autovettura a bordo
della quale viaggiavano i sicari.
Nel corso del sopralluogo, venivano rinvenuti 19 bossoli cal. 9
lungo e cal. 9 corto (come emerge dall'annotazione dei militari
operanti intervenuti nell'immediatezza). La diversita' dei bossoli
rinvenuti sul luogo dell'omicidio, non compatibili in una sola
pistola, rende evidente che sono state utilizzate due pistole
semiautomatiche. Una conferma dell'ingente volume di fuoco con il
quale furono investite le vittime, si ricava dai referti medici
dell'ospedale "Loreto Mare" di Napoli, nei quali si da' atto della
presenza di numerose ferite d'arma da fuoco rinvenute su entrambe le
salme.
L'identificazione dei responsabili di tale azione delittuosa in
Mollo Francesco, quale esecutore materiale, e in Rea Francesco, quale
mandante, e' stata possibile grazie alle risultanze probatorie
dell'attivita' di intercettazione ambientale svolta presso
l'abitazione di Mollo Francesco, ove lo stesso si trovava ristretto
agli arresti domiciliari.
In particolare dall'ascolto della conversazione del 13 febbraio
1998 di cui all'allegato 9, si ricava che Mollo, discorrendo con
altro interlocutore non identificato, si vanta di essere l'autore di
10 omicidi consumati in Volla e in particolare di quello in danno di
Fico Pasquale e Porricelli Lucia. Si riporta di seguito integralmente
la parte del dialogo in esame:
(omissis)
Mollo F.: Il piacere piu' grande gliel'ho fatto io al
Pagliesco.
Manna A.: Si, il fatto di quelli di Tavernanova.
Mollo F.: Il marito e la moglie.
Manna A.: e la figlia, perche' non la sparasti?
Mollo F.: La figlia non la sparai, perche' non la volli
sparare. Sparai venti botte. Dieci addosso al marito e dieci addosso
alla moglie, con due pistole. Dissi: "Franchitiello "o' Pagliesco
solo io te la posso dare la soddisfazione". Il "Pagliesco" piangeva,
disse Pasquale "Pasqualino" tiene le corna, te lo dico ora la
soddisfazione me la doveva dare lui e non me l'ha data. Me l'hai data
tu.
Manna A.: Ha le corna veramente?
Mollo F.: Pero' stai zitto.
Manna A.: La moglie gli ha fatto le corna?
Mollo F.: No, non hai capito.
Manna A.: Io credevo che stava sotto allo schiaffo.
Mollo F.: Il "Paliesco" voleva la soddisfazione da Pasquale e
Pasquale non gliela volle dare. Gliela diedi io la soddisfazione, il
"Pagliesco" lo sai che disse vicino a me, piangeva con le lacrime,
disse: "Franchitiello, qualsiasi momento ti trovi nei problemi,
succedesse qualcosa, vieni da me, io 2 - 3 milioni al mese non mi
mancano mai, perche' io do i soldi con l'interesse, ti faccio campare
pure a te. Il "Pagliesco" mi vuole bene a me, schifa a tutti quanti a
Volla, mi vuole bene solo a me, perche' la soddisfazione gliel `ho
data io.
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 9).
La perfetta coincidenza tra i particolari con cui ebbe a
verificarsi il duplice omicidio secondo il racconto di Mollo e gli
elementi di fatto oggettivamente riscontrati dai CC in sede di
sopralluogo rende chiaro che l'atteggiamento di Mollo e' tutt'altro
che una millanteria e che proprio questi e' l'autore materiale del
duplice omicidio. D'altro canto anche il g.i.p., nell'accogliere con
l'ordinanza n. 353/1998 la richiesta di applicazione della misura
custodiale avanzata da questa d.d.a. nei confronti di Mollo e di Rea,
aveva condiviso l'assunto accusatorio basato sull'effettiva
conoscenza da parte del Mollo di significanti particolari inerenti la
vicenda di cui si tratta. Si tenga infatti presente che:
Le vittime dell'agguato erano due coniugi ("il marito e la
moglie");
i CC riferiscono che l'autovettura condotta dalla Porricelli
venne attinta dagli spari lungo la via Nazionale delle Puglie,
all'altezza dell'incrocio per Casalnuovo da un lato e per Volla
dall'altro; nel dialogo tra Mollo e il suo interlocutore il luogo del
commesso reato e indicato indifferentemente in "Volla" e in
"Tavernanova". Geograficamente Tavernanova e' in effetti una
localita' che forma una sorta di triangolo tra i comuni di Pomigliano
d'Arco, Casalnuovo e Volla;
la figlia delle vittime, Fico Antonietta, si trovava nella
stessa auto a bordo della quale viaggiavano i genitori al momento
dell'attentato; Mollo asserisce di avere voluto risparmiare la
figlia;
in sede di sopralluogo sul luogo del delitto venivano
repertati 19 bossoli calibro 9 lungo e calibro 9 corto (i due calibri
differenti non sono compatibili in una sola pistola, ragion per cui
le armi utilizzate per il delitto dovevano essere almeno due), Mollo
riferisce come si e' visto di avere agito "con due pistole";
al Fico e alla Porricelli vennero refertate numerose ferite
d'arma da fuoco, Mollo racconta di avere esploso "venti botte, dieci
addosso al marito e dieci addosso alla moglie".
Come si e' detto per tale fatto delittuoso si procede
separatamente (in merito a tale vicenda Rea Francesco e Mollo
Francesco, colpiti entrambi da provvedimento di custodia cautelare,
sono stati rinviati a giudizio dinanzi alla Corte di assise di
Napoli); cio' che interessa in questa sede evidenziare e' che nella
commissione del duplice omicidio Fico-Porricelli, Mollo Francesco ha
agito non isolatamente o a titolo personale, ma in quanto affiliato
all'associazione camorristica del clan Veneruso. Il passo della
conversazione oggetto di intercettazione ambientale nella quale Mollo
confessa in via assolutamente confidenziale all'amico di essere
l'autore del fatto, deve essere letta in un piu' ampio contesto,
tenendo anche presente il tenore dell'intero dialogo. In effetti il
Mollo, dopo che Arienzo Salvatore e tale Vincenzo sono andati via
dalla sua abitazione, si sfoga con l'altra persona che rimane in casa
(tale Alessandro chiamato anche "Cafone") e, nell'analizzare
l'attuale stato in cui si trova il clan Veneruso, manifesta
l'amarezza che prova per il fatto di essere ristretto agli arresti
domiciliari in relazione a una vicenda delittuosa di cui anche altri
sono responsabili. Secondo l'angolo visuale del Mollo, egli che e'
"uomo d'onore, vero uomo e che non ha chiamato in causa gli altri
affiliati del clan, si trova costretto a scontare un regime di
detenzione pur essendo un elemento cardine del gruppo; laddove i suoi
"compagni", che egli ritiene di uno spessore criminale inferiore, pur
avendo bisogno di lui e in special modo del sua capacita' nel
maneggiare armi, non si adoperano sufficientemente per farlo tornare
in liberta'. Tale irriconoscenza e' tanto piu' grave proprio perche'
Mollo, nell'interesse del sodalizio, si e' macchiato di dieci omicidi
(Mollo ci tiene a sottolineare l'elevato numero di persone che ha
ucciso), atteso che ne' Gennaro Veneruso ne' Pasquale Manna (gli
altri due uomini di vertice del clan) sono in grado di sparare. E' a
tale proposito che Mollo racconta del duplice omicidio
Fico-Porricelli. E' evidente dunque che lo stesso Mollo inquadra
nell'ambito associativo l'azione criminale commessa.
II.c.1.D Rea Francesco.
Nelle pagine che precedono, si e' gia' posto l'accento
sull'importanza apicale che Rea Francesco ricopre all'interno del
sodalizio criminale. Si e' in particolare gia' detto del
riconoscimento che Rea Francesco riceve direttamente da Veneruso
Gennaro quale soggetto chiamato a guidare il clan, unitamente a Mollo
Francesco e Manna Pasquale, allorche' lo stesso Veneruso non avesse
potuto piu' svolgere il suo ruolo di capo.
Mollo F.: Mi disse: "non preoccuparti. non prenderti collera,
stai tranquillo. Non ci sono problemi, tanto siamo tre di noi. Io, tu
e Pasquale (Veneruso Gennaro, Manna Pasquale e Mollo Francesco
n.d.c.". Disse Pasquale: "gia' lo sa. Oggi o domani che dovesse
succedere qualche disgrazia a me o a lui, devi essere tu a comandare
a Volla con il "Pagliesco" (Rea Francesco n.d.c.)".
Mollo N: Tu dicesti che non volevi farlo fare pace.
Mollo F.: Come?
Mollo N: Tu dicesti che non volevi farlo fare pace con il
"Pagliesco".
Mollo F.: Gennaro non voleva fare pace, perche' il
"Pagliesco" sbaglio' con la bocca nei confronti di Gennaro.
Mollo N.: Il "Pagliesco"?
Mollo F.: Disse: "no... Incom... Tutti quanti dal primo fino
all'ultimo non voglio sapere niente piu' di voi". Disse Gennaro:
"allora vattene e non venire piu'. Stai attento, non venire piu' a
Volla". Prima che lo arrestavano disse vicino a me: "oggi o domani
che dovesse succedere qualcosa, al capo tavolo a Vola ti devi mettere
tu". Dissi: "ma fuori ci state sempre voi". Disse: "Franchitiello,
quello Gennaro gia' sa quello che deve fare. E' un ragazzo... Incom."
... Disse Pasquale: "te l'ho detto, se la vede lui. Gia' sa quello
che deve fare. Solo che esco lunedi', mannaggia la Madonna, se non mi
fanno uscire questi, all'avvocato me lo mangio.
Mollo N.: Per non farti sapere nulla vuol dire che sta tutto
apposto.
Mollo F.: Incom.
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 12).
La presenza di Rea Francesco all'interno del sodalizio criminale
assicura all'intero clan il controllo del territorio nel triangolo
compreso tra le localita' di Casalnuovo, Casarea e Volla. Mentre
dunque Mollo Francesco e Manna Pasquale controllano piu'
direttamente, anche in considerazione del luogo della loro effettiva
dimora, l'area del comune di Volla, Rea Francesco, in virtu' degli
accordi presi direttamente con Veneruso Gennaro all'indomani
dell'uccisione di Egizio e' da sempre il capo indiscusso della zona
sopra indicata. La necessita' per il clan"Veneruso" di mantenere
salda l'amicizia con Rea Francesco al punto tale da fare di
quest'ultimo un vero e proprio vertice dell'organizzazione si
apprezza in tutta la sua importanza sol che si pensi che, come si e'
gia' detto, il clan "Piscopo", facente capo alla figura di Piscopo
Pino, detto "metronotte", opera nella medesima area di Casalnuovo, in
contrapposizione al Rea.
Dunque, per un verso e' Rea Francesco che, contando sulla solida
e complessa organizzazione criminale del clan "Veneruso" puo'
adeguatamente contrastare le mire espansionistiche del clan
"Piscopo"; per altro verso unica possibilita' per il clan "Veneruso"
di far valere la propria forza anche nell'area di Casalnuovo e'
l'alleanza con lo stesso Rea Francesco.
... omissis ...
Mollo F.: Compa' Peppe a Casarea mi chiama, dice: "Alfredo
comunque non devi fare niente piu' e se fai qualcosa, per domani te
ne faccio andare ad abitare da Casarea a te e tutta la famiglia tua e
mi prendo pure la casa". Lui disse: "Peppiniello se mi merito questo,
fatemelo. Cosa volete da me". Ma poi come lo dice il "pollasto"
rideva e Alfredo lo guardava. Io poi mi mantenevo, perche' gia' lo
so. "O pullasto" disse: "no zi' Alfredo, io sto ridendo perche' la
cosa fa ridere, perche' voi sareste l'uomo. "`O pullasto" subito
giro' la pezza. Voi siete l'uomo di essere chiuso dentro casa? Disse:
"si, hai capito bene". Compa' Peppe, compa' Peppino, il figlio di
Giovannone. Mi disse: "io te ne faccio andare da Casarea a te e tutta
la tua famiglia tua e mi prendo pure la casa". Lui disse: "io sto da
65 anni a Casarea".
Mollo N.: Ma questo Peppe e' compagno con voi?
Mollo F.: Si.
Mollo N.: E perche' lo uccisero.
Mollo F.: Stava nei casini. Dammi una sigaretta. Questo qua
di Casalnuovo il "metronotte", il nemico del "pagliesco".
Mollo N.: E ora e' morto questo "metronotte"?
Mollo F.: No, sta in galera.
Mollo N: ll nemico del "pagliesco" e'? E tu dici che comanda
solo lui a Casalnuovo? Comanda lui o il "pagliesco"?
Mollo F.: Cosa?
Mollo N.: Tu dici che quello disse che a Casalnuovo comanda
lui.
Mollo F.: A Tavernanova.
Mollo N.: Pasquale, non comanda niente a Tavernanova.
... omissis ...
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 43).
All'interno del sodalizio, poi, particolarmente forte e il
vincolo che lega Rea e Mollo. Si e' gia' detto come i due siano i
responsabili del duplice omicidio Fico-Porricelli, in relazione al
quale sono stati entrambi gia' colpiti da ordinanza di custodia
cautelare in carcere, il primo quale mandante ed il secondo quale
autore materiale; i predetti risultano anche essere gli autori, in
concorso con il Manna, dell'omicidio di Fucile Francesco.
In particolare nel corso delle conversazioni oggetto
d'intercettazione ambientale, in piu' occasioni, Mollo rimarca che e'
stato lui l'unico a dare effettiva e concreta "soddisfazione" a Rea,
allorche', uccidendo i coniugi Fico-Porricelli, vendico' lo stesso
Rea.
... omissis ...
Mollo F.: Il "Pagliesco" voleva la soddisfazione da Pasquale
e Pasquale non gliela volle dare. Gliela diedi io la soddisfazione,
il "Pagliesco" lo sai che disse vicino a me, piangeva con le lacrime,
disse: "Franchitiello, qualsiasi momento ti trovi nei problemi,
succedesse qualcosa, vieni da me, io 2 - 3 milioni al mese non mi
mancano mai, perche' io do i soldi con l'interesse, ti faccio campare
pure a te. Il "Pagliesco" mi vuole bene a me, schifa a tutti quanti a
Volla, mi vuole bene solo a me, perche' la soddisfazione gliel'ho
data io.
Manna A.: Ma ora sta dentro per duplice omicidio?
Mollo F.: Si.
Manna A.: E chi se lo ha cantato.
Mollo F.: No, il fatto dell'estorsione.
Manna A.: E tu hai detto come, per duplice omicidio, il fatto
di Casalnuovo?... lncom.
Mollo F.: Il fatto dell'estorsione dell'attico la'.
Manna A.: Incom.
Mollo F.: No, non si puo' fidare di nessun ragazzo. Il
"Paliesco" lo sa, a Volla solo io lo faccio il reato e nessuno piu',
il resto sono tutti rincoglioniti, si vogliono prendere solo i
meriti. Lo sa bene il "Pagliesco".
Manna A.: Ma con Gennaro (Gennaro Veneruso, n.d.c.) non e'
riuscito a fare pace "o `Pagliesco"?
Mollo F.: Ragazzo "o `Pagliesco" e' il numero uno.
Manna A.: Si, sono convinto.
Mollo F.: Io e il "Pagliesco" ci prendevamo tutta la
Campania.
... omissis ...
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 9).
Significativo al fine di comprendere il ruolo apicale di Rea e'
che lo stesso Mollo, nell'esaltare le proprie capacita' criminali,
pone in evidenza con i suoi interlocutori le "doti" di Rea, che egli
considera pari a se stesso, se non ad un livello superiore sotto il
profilo delle abilita' delinquenziali.
... omissis ...
Mollo F.: "Pulla'" uno, perche' uno non vuole parlare,
perche' se parliamo andiamo a finire a mille e una notte. "Pulla" qua
giu' a Volla a me e a Franchitiello "o' Pagliesco" (Rea Francesco,
n.d.c.) ci devono fare il bocchino, il bocchino veramente.
Antonio: Si, ma chi lo deve sapere lo sa.
Mollo F.: Poi, tutto il resto, che si mettono il vestito
addosso e comando, ditegli che ci vengono a fare il bocchino. Io, se
mi scoccio e quello esce, no.
Salvatore: Ma quello chi lo deve sapere lo sa.
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 45).
In particolare e' lo stesso Mollo a sottolineare come,
all'interno del clan, a parte lui stesso, unica persona ad avere il
coraggio e l'abilita' necessaria per un utilizzo proficuo delle armi
sia proprio il "pagliesco", vale a dire Rea Francesco; tanto che, nel
periodo in cui Rea e' sottoposto a regime detentivo carcerario e
Mollo a quello domiciliare, l'intero clan incontra serie difficolta'
nel risolvere con il fuoco delle armi l'opposizione di coloro che si
dimostrano riottosi al riconoscimento dell'egemonia del clan.
... omissis ...
Mollo F.: Pasquale ha detto: "ci ho tolto la roba di mano a
Demetrio, perche' non ci trovavamo con i conti. Ci trovavamo con 10
-15 milioni al mese mancanti e se li rubava Demetrio".
Manna A.: E perche' non lo spara?
Mollo F.: Perche' non lo spara? Perche' non tiene il
coraggio, perche' sto agli arresti domiciliari. Se stavo fuori gia'
lo avrei sparato, hai capito o no. Perche' il Pagliesco (Rea
Francesco, n.d.c.) non c'e' e perche' io sto agli arresti
domiciliari. "Cafone", Pasquale non e' all'altezza di sparare e
neanche Gennaro.
Manna A.: E come stanno in mezzo alla strada?
Mollo F.: Perche' ci devono stare.
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 9).
L'ascolto delle conversazioni oggetto d'intercettazione
ambientale fa emergere che Rea Francesco ha avuto un ruolo attivo di
prioritaria importanza nell'organizzazione dell'opera di penetrazione
e di affermazione del clan "Veneruso" nell'area del comune di Volla.
In particolare Mollo evidenzia come "a risolvere i problemi a Volla"
siano stati lui ed il "Pagliesco".
... omissis ...
Mollo F.: Gennaro, ma a me la cosa che mi fa male di piu' lo
sai qual'e', Gennaro lo sai qual e' la cosa che a me mi fa male di
piu', perche' io ho fatto i sacrifici per Volla. Agostino e Renato e
chi sta presente, Renato qualcosa lo sa. Io ho fatto i sacrifici
veramente per Volla. Gennaro, io mi sono privato della vita privata
mia, io mi sono messo giu' in cantina, io e Francuccio (Rea Francesco
n.d.c.), a settimane intere ci siamo mangiato pane e mortatella per
risolvere i problemi a Volla e adesso non puo' venire il primo scemo
qualsiasi e mi rompe il cazzo, e mi rompe le uova nel piatto, pero'
io sto qua, ho le mani legate. Cosa devo fare?
... omissis ...
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 33).
Com'e' agevole rilevare all'omicidio Fico/Porricelli ed alla
responsabilita' del Mollo e del Rea in ordine a tale episodio
delittuoso e' riconosciuto il massimo rilievo sia in ordine alla
sussistenza dell'associazione sia in ordine alla partecipazione del
Rea alla stessa e comunque in proposito non vengono utilizzati
elementi diversi da quelli provenienti dall'attivita' di
intercettazione eseguita nell'abitazione del Mollo ed a disposizione
del p.m. gia' dall'aprile del 1998.
Ad identica conclusione deve pervenirsi anche per cio' che
concerne l'omicidio Fucile relativamente al quale va osservato che
esso e' addirittura antecedente a quello Fico/Porricelli - cosicche'
erroneo si rileva il rilievo del g.i.p. quanto alla successione
temporale dei due fatti delittuosi - e che gli elementi indizianti
nei confronti del Mollo, del Rea e del Manna emergono da una
intercettazione ambientale successiva di pochi giorni a quella
concernente l'omicidio Fico/Porricelli. Relativamente all'omicidio
del Fucile, invero, cosi' scrive il p.m. nella richiesta di
applicazione della misura cautelare:
II.b.1.B Omicidio Fucile Francesco.
L'ascolto delle conversazioni oggetto di intercettazione ha
consentito di individuare con assoluta certezza mandanti ed esecutori
materiali dell'agguato di camorra nel quale fu ucciso Fucile
Francesco, soprannominato "Ciccio `a lupara". Le risultanze
investigative che all'epoca dei fatti non consentivano di ipotizzare
un esito fruttuoso dell'esercizio dell'azione penale acquistano nuovo
vigore probatorio alla luce del dialogo intercorso tra Mollo
Francesco e Gennaro Napoli il 22 febbraio 1998. In tale circostanza,
infatti, Mollo riferisce al compagno nei minimi particolari la
dinamica dei fatti e le modalita' con cui egli stesso, con l'ausilio
di Manna Pasquale e di Rea Francesco, ha ammazzato Fucile Francesco.
Per potere valutare con piena cognizione la valenza probatorio
del racconto di Mollo, si ritiene opportuno riportare le risultanze
investigative delle indagini condotte nell'immediatezza dell'omicidio
dal Comm.to P.S. di Ponticelli e dai CC della Compagnia di Torre del
Greco. Gli operanti, in data 17 gennaio 1997, a seguito di
segnalazione anonima, si recavano in Volla alla via Ovidio n. 7,
presso l'officina meccanica gestita da tale Raiola Vincenzo. Giunti
sul posto constatavano che all'interno del locale, e precisamente
dentro il retrobottega, vi era il cadavere di Fucile Francesco,
riverso a terra con il viso verso il pavimento. Questi si presentava
con numerose ferite da colpi d'arma da fuoco dai quali era stato
attinto e, particolare di rilevante importanza, con il cranio
completamente dilaniato (i rilievi fotografici eseguiti sul luogo del
delitto dal personale della Polizia evidenziano proprio lo
sfondamento e lo scoperchiamento della calotta cranica). Contro il
Fucile era stato esploso un numero elevato di colpi, come si evince
dai molteplici fori di entrata presenti in distinte parti del
cadavere del Fucile, dal fatto che lo stesso aveva il volto
completamente sfigurato e dal rinvenimento, in sede di sopralluogo,
di bossoli, alcuni calibro 9 e alcuni calibro 12, appartenenti dunque
a distinte armi utilizzate evidentemente per commettere il delitto.
Il titolare dell'officina meccanica, Raiola Vincenzo, pur essendo
ivi presente al momento dell'agguato, dichiaro' di non essere in
grado di fornire agli inquirenti alcun particolare significativo al
fine di individuare gli autori del fatto, poiche' egli era intento a
riparare l'autovettura di Fucile Francesco e allorche' udi' le prime
detonazioni si rifugio' sotto lo stesso veicolo con gli occhi chiusi.
In effetti il Raiola si limito' a riferire che la sparatoria era
durata pochi secondi, che tuttavia aveva sentito esplodere molti
colpi e che, alla luce della propria esperienza di meccanico, l'auto
a bordo della quale erano arrivati i killer doveva essere, in ragione
del rumore del motore, di grossa cilindrata.
... omissis ...
A.d.r. quest'oggi mentre ero intento a riparare l'autovettura
Fiat Uno turbo di colore verde metallizzato di proprieta' di
Francesco Fucile un mio cliente soprannominato "Ciccio a lupara", ho
sentito il rumore di un'autovettura che ha frenato di colpo
all'altezza dell'officina e subito dopo ho visto il Fucile scappare
verso l'interno dell'officina e contestualmente ho udito numerose
detonazioni.
A.d.r. Voglio precisare meglio la posizione in cui mi trovavo al
momento del fatto: ero sdraiato sul fianco sinistro e mi trovavo
sotto il motore dell'auto del Fucile che a sua volta era parcheggiata
perpendicolarmente all'ingresso dell'autofficina con la parte
anteriore rivolta verso il vicolo senza uscita. Non appena ho udito
la prima detonazione ho chiuso gli occhi e mi sono rannicchiato sotto
l'auto e li sono rimasto fino a che ho sentito uno stridere di
pneumatici ed ho capito che la autovettura con la quale gli
attentatori che erano giunti sul posto se ne erano andati.
A.d.r. Non sono in grado ne' di dire il tipo dell'auto ne quante
persone facevano parte del commando. Per la mia esperienza di
meccanico ritengo si trattasse di un'auto di grossa cilindrata. Non
so nemmeno il punto esatto in cui il Fucile e' stato finito in quanto
non ho avuto il coraggio di entrare nel retro dell'officina.
A.d.r. Appena l'auto si e' allontanata sono rimasto ancora
qualche secondo sotto l'auto e quanto ne sono uscito ho visto mio
padre che uditi i colpi si era precipitato dalla sua abitazione posta
al piano superiore a quello dell'officina. Subito si e' fatta una
folla di curiosi e mio padre ha gridato di chiamare la Polizia o i
carabinieri. Non so dirvi chi l'abbia materialmente fatto.
A.d.r. Non so dirvi il numero esatto delle detonazioni ma posso
dirvi che le stesse sono state numerose e molto rumorose. La
sparatoria e' durata pochi secondi ma molti intensi.
A.d.r. Sono titolare dell'officina meccanica ove si e' verificato
il fatto alla via Ovidio n. 17 in Volla (Napoli) da circa quattro
anni. Il Fucile era mio cliente da circa due anni; l'auto Fiat Uno
che stavo riparando, il Fucile l'aveva portata in officina circa due
giorni fa. Oggi il Fucile era venuto presso la mia officina a bordo
di una Fiat Uno di colore bianco per sapere a che punto fosse la
riparazione. Dopo circa dieci minuti si e' verificato l'agguato
mortale.
(cfr. verbale di s.i.t. rese da Raiola Vincenzo il 17 gennaio
1997 presso il Comm.to di Ponticelli).
Nel corso di successivi sopralluoghi, in via Lufrano del comune
di Volla, in una zona di campagna nei pressi di un cavalcavia,
nascosta da cumuli di terra, veniva rinvenuta una Fiat Croma,
contraddistinta da telaio avente n. ZFAl54000*00430941*,
completamente bruciata, all'interno della stessa venivano poi
rinvenuti, interamente carbonizzati, un fucile calibro 12, un
revolver calibro 38 e una pistola semiautomatico calibro 9 x 21.
Tutti questi particolari vengono fedelmente riferiti da Mollo a
Napoli Gennaro nel corso della conversazioni oggetto di
intercettazione ambientale che si e' sopra richiamata e il cui
contenuto viene di seguito riportato:
... omissis ...
Mollo F.: Incom... Stava cosi' fuori alla prima porta.
Napoli G.: Vi vide?
Mollo F.: No.
Napoli G.: Lui.
Mollo F.: Come scendi giu' al vicolo.
Napoli G.: Si, si.
Mollo F.: Perche' io mi nascosi... Incom... Io mi nascosi la'
dietro. Quando arrivo' Antonio "o' scacatiello", Pasquale fece cosi',
sta la... Incom... Scendo, cosi' tre, quattro botte. Come giro
l'angolo lui stava fori alla porta, stava cosi' fuori alla porta,
cosi'. Come mi vide a me, si giro' cosi', il tempo che si girava bum,
bum, e scappo' verso dentro. Fece cosi' e scappo verso dentro. Andai
dentro e feci cosi' bum, bum, bum. Si giro' e fece cosi': "Ahh"! Poi
l'ultima botta qua. Ando' con la testa nel muro, feci bum e salto'
cosi' verso dietro. Si giro' cosi' verso dietro e ando' con la faccia
per terra. Aveva la testa... Incom... Dissi al ragazzo: "vai sotto
alla macchina, non ti muovere da qua... Incom. Poi lui venne dentro,
dissi io: "sta qua a terra". Prese lui e lo spalummo' (spappolo',
n.d.c.) la testa. Stessa la botta, si giro' all'incontrario. Cadde
con la faccia per terra: bum, bum, bum. Cosi' dietro alla testa.
Gennaro, la testa non la teneva piu'.
Napoli G.: E il ragazzo del meccanico ti rispetta?
Mollo F.: Si, il meccanico rimase sotto alla macchina non lo
feci uscire... Incom.
Napoli G.: No, tu lo sai a quello.
Mollo F.: Non lo abbiamo voluto fare, quello ando' dentro
alla paura, figurati.
Napoli G.: No, perche' succede non hai capito? Dico tu lo
sapevi pure a quello.
Mollo F.: Si.
Napoli G.: Comunque.
Mollo F.: lntanto non me lo aspettavo, lo sai?
Napoli G.: Il Pagliesco?
Mollo F.: Si "o' Pagliesco" ... Incom... Sopra alla macchina.
Napoli G.: Io lo sapevo il fatto del "Pagliesco" ma no
adesso, quando tu me lo presentasti.
Mollo F.: Si.
Napoli G.: Ah! Franchitiello, io lo conoscevo di nome e me lo
hanno detto una volta. Quando lo vidi, io rimasi cosi', dissi:
"mannaggia la Madonna, questo e quello la' che so io, perche' Casarea
me ne ha sempre parlato bene nel senso che quello e' criminale.
Quello non sbaglia mai" Ora io conosco a te, Franchitie' allora e'
come te. Tu dici: "e io cosa ne so come sono io"? Franchitie' ma.
Mollo F.: Quel grande cornuto non tenne la fermezza di
aspettare dentro alla macchina, perche' poi lui si fermo' dietro al
vicolo. Quando scesi, scesi cosi', vedi. Come girai l'angolo, perche'
non me lo aspettavo di vederlo la', io me lo aspettavo nell'officina,
dissi: "io vado dentro dove sta, sta, gli do un paio di botte nel
petto e cade a terra, poi mi prendo la macchina e vado a Napoli. Hai
capito o no. Come girai l'angolo, quello stava fuori alla porta, si
giro' di spalle per scappare dentro, feci cosi': bum, bum, due botte
nella schiena. Si fece la... Incom... Prese, mi porta il giornale e
fece proprio la descrizione come era successo.
Napoli G.: Incom.
Mollo F.: Armati. Due killer, uno armato di calibro 38 e uno
di fucile. Il primo gli ha sparato i primi due colpi al petto, al
torace all'entrata che poi non erano al petto, quelli erano dietro
alla schiena e uscirono davanti.
Napoli G.: E uscirono davanti vedi tu.
Mollo F.: Due colpi qua. E scrissero poi: "il killer lo ha
inseguito e l'altro con il fucile lo ha finito". Gennaro, gli diedi
le prime due botte nelle spalle, si giro' e scappo' dentro, pero' non
ebbe nessun... lncom... Poi lo incastrammo sotto al... Incom... Dove
sta il bagno io cosi' qua dietro. Dentro: bum, bum, bum, dietro alla
schiena. Quel cornuto non mori' subito, mori' l'ultima botta. Prese,
si giro' e fece: "ahh! Incom... Feci bam, salto' proprio da terra...
Incom... Dissi: "questo grande cornuto" Ora lui stava dentro alla
macchina, me lo vidi dietro di me, disse: "dove sta questo sporco,
dove sta questo sporco".
Napoli G.: Incom.
Mollo F.: Si, gia' se ne parlava.
Napoli G.: Si.
Mollo F.: Quando scendemmo.
Napoli G.: Tutti e due insieme, ho capito.
Mollo F.: Lo sai il bar Perrella?
Napoli G.: Come giraste cosi'.
Mollo F.: Io stavo abbassato sopra al sediolino e lui portava
la macchina normale. Quando arrivammo fuori al bar Perrella, Pasquale
fece da dentro alla macchina cosi', tutto apposto. Lui disse: "vai",
e si abbasso' il coso. Io dentro alla macchina mi abbassai il coso in
faccia e scesi. Quel grande cornuto venne dietro a me, disse: "dove
sta questo sporco" Dissi io: "eccolo". Intanto si era fatto gia'
tardi.. Incom... Si spalumbo' (spappolo', n.d.c.) tutta la faccia...
Incom... Si giro' all'incontrario. Feci cosi' dietro alla testa: bum,
bum, bum. La testa non la teneva piu. Andiamo avanti, andiamo disse.
Prese la macchina... Incom..
Comunque saliamo in macchina ... Incom ... E lui stava sempre
abbassato ... Incom ... Fuori alla salita schiattammo la ruota nel
fosso e la macchina incomincio a fare cosi': tom, tom, con il cerchio
a terra. Dissi io: "Francu' (Rea Francesco, n.d.c.) abbandoniamo la
macchina e togliamo la macchina dalle mani di qualcuno". Disse lui:
"dove la abbandoniamo". Dissi: "non preoccuparti". Disse: "prendi
quell'altra cosa e mettila a portata di mano". Io gia' la tenevo
nelle mani. Ora il 38 era scarico e mi misi la 9 nelle mani ... Incom
... Quello avanti che ci stava portando. Dovevamo accendere la
macchina ... Incom ... La macchina: tun, tun, un macello per dietro
al mercato: piano, piano. Ora, ogni tanto io mi ingrippavo perche' di
tempo ne avevamo perso assai, dissi: "qua se riescono a venire le
guardie". Ogni tanto mi alzavo con la testa e faceva lui: "abbassati,
abbassati". Dissi: "ma vedi cosa si passa per andare avanti?" Mi
scappo' una risata, Gennaro. Questo fatto e' rimasto nella storia.
Dissi: "ma vedi cosa si passa per andare avanti, tu prendi a quello,
corrici dietro". Si schiatta la ruota, vai piano, piano. Prendi la'
mannaggia la Madonna. Gennaro, incendiammo la macchina sotto ai ponti
dove sta quella masseria.
Napoli G.: Si.
Mollo F.: Incom ... Perche' quello incendio' la macchina.
Parlano tra loro.: Incomprensibile.
Mollo F.: Hai capito cosa si passa.
Napoli G.: Il tempo di ucciderlo e poi.
Mollo F.: Perche' alla macchina si schiatto' la ruota.
Napoli G.: Si schiatto' la ruota, allora.
Mollo F.: Incom ... Cioe' tu hai fatto questo macello di
questa maniera, tutto questo bordello per fare che cosa, per campare.
Cioe', perche' uno non e', per esempio, va bene io guadagno 50, 100
milioni al mese. Gennaro, tutto il blocco campiamo, tu capisci.
Napoli G.: Si, si capisce, ve bene, pero' la' c'era una
questione, che quello.
Mollo F.: Ma la' era una cosa di principio.
(Cfr. conversazione ambientale di cui all'allegato n. 41).
A ben vedere la dovizia e la precisione dei particolari, anche
minimi, riferiti da Mollo, un evidente autocompiacimento per
l'impresa realizzare, l'esatta individuazione dei ruoli avuto da
ciascuno dei complici nel portare a termine l'agguato, le ragioni per
le quali l'autovettura fu abbandonata non lontano dal luogo teatro
degli eventi consentono gia' di per se' di escludere che Mollo si
attribuisca la paternita' di azioni da altri compiute.
In primo luogo Mollo racconta di avere effettivamente utilizzato
un'arma calibro 38 e un'altra arma calibro 9 (... Ora il 38 era
scarico e mi misi la 9 nelle mani ...) e a sparare furono due persone
due, lui e Rea Francesco (indicato nel corso del dialogo ora con il
nome di Francuccio ora con il soprannome "O' Pagliesco"), in
particolare i primi colpi furono esplosi da Mollo, il quale dopo
avere colpito con due colpi Fucile alle spalle (si badi che sul punto
Mollo fa notare al suo interlocutore l'inesattezza in cui sono caduti
i giornalisti), insegue la sua vittima che cerca rifugio all'interno
del bagno, incastrandolo in prossimita' del bagno; a questo punto
interviene anche Rea, il quale sebbene avesse il compito di aspettare
in auto che il suo complice tornasse, non seppe avere "la fermezza di
spettare dentro alla macchina". Insieme, Rea e Mollo esplodono
all'indirizzo di Fucile, gia' ferito, un volume di fuoco tale da
fargli saltare la testa (... lo schiattai la testa, .... ando' con la
testa nel muro, feci bum e salto' cosi' verso dietro; .... Prese lui
e lo spalummo' la testa, ... Gennaro la testa non la teneva piu'
...). Subito dopo l'azione di fuoco i due fuggono a bordo
dell'autovettura, ma nel corso della fuga forano una gomma e decidono
dunque di abbandonare velocemente l'autovettura e di incendiarla
(Fuori alla salita schiattammo la ruota nel fosso e la macchina
faceva cosi': tom, tom, con il cerchio a terra. Dissi io: "Francu',
abbandoniamo la macchina dalle mani di qualcuno".... Gennaro,
incendiammo la macchina sotto ai ponti dove sta quella masseria).
Mollo precisa inoltre che il "via libera" era stato loro dato da
Manna Pasquale, il quale tuttavia non avrebbe mai potuto sparare
perche', essendo sottoposto alla misura di prevenzione della
sorveglianza speciale, era impossibilitato ad allontanarsi ed anzi
era e doveva essere soggetto ai controlli da parte delle forze
dell'ordine (... ho detto: "Pasquale, dimmi dove lo devo prendere"
dissi: "vattene a casa che ti vengono a prendere a te, me la vedo io,
mi allontano io quattro cinque giorni" .... Pasquale fece cosi': sta
la' ... Scendo cosi' tre quattro botte).
Il valore probatorio di questa conversazione, la quale e' gia' di
per se' eloquente, trova ulteriore momento di riscontro, oltre che
nelle risultanze oggettive dei reperti rinvenuti nel corso del
sopralluogo, anche nelle sommarie informazioni testimoniali rese,
nell'immediatezza dell'accaduto, dalla convivente di Fucile
Francesco, Scarpato Rosa. Quest'ultima, a proposito dei possibili
autori dell'agguato mortale, indirizzava i propri sospetti nei
confronti degli uomini del clan "Veneruso" e piu' in particolare nei
confronti proprio di Manna Pasquale, Mollo Francesco, Rea Francesco e
Antonio Maione. Secondo la ricostruzione fornita dalla donna tra i
vertici del clan "Veneruso" e Fucile Francesco, anch'egli affiliato
allo stesso sodalizio, erano sorti dei contrasti in seguito
all'omicidio di Romano Francesco, soprannominato "Franchino di
Casarea", poiche' Fucile era ritenuto dai suoi stessi compagni
l'autore di tale delitto. Queste ragioni di attrito avevano raggiunto
uno spessore tale che, secondo quanto riferito da Scarpato Rosa,
Fucile Francesco si era munito di una autovettura blindata.
Significativo, al fine di comprendere la portata della frattura sorta
all'interno del gruppo, e' il particolare che dopo pochi mesi
dall'uccisione di Romano Francesco, Fucile viene ristretto presso la
Casa di Lavoro di Sulmona, ove vi rimane per circa dieci mesi: in
tale arco di tempo vengono uccisi, entrambi in agguato di camorra,
due intimi amici di Fucili, Biondelli Rodolfo (piu' volte indicato
nel corso delle conversazioni oggetto di intercettazioni con
aggettivi spregiativi) e Esposito Giovanni, soprannominato "'O
bumbularo". Nei tre mesi che intercorrono tra la scarcerazione di
Fucile e l'uccisione dello stesso, Fucile Francesco ha contatti
quanto mai tesi con Manna Pasquale e Mollo Francesco e si avvicina al
clan "Sarno" operante nella zona di Ponticelli (in particolare, il
21 novembre 1996 Fucile Francesco viene fermato per un controllo da
parte della Polizia di Stato del Comm.to di Ponticelli, che lo
sorprende in compagnia di Esposito Salvatore, fratello di Esposito
Giovanni di cui si e' sopra detto, nonche' di due esponenti di spicco
del clan "Sarno", Sarno Vincenzo e Sarno Giuseppe. Scarpato Rosa,
riferisce inoltre dei forti timori per la propria incolumita'
avvertiti da Fucile, in occasione di un incontro "chiarificatore" che
egli ebbe con Manna Pasquale e Mollo Francesco presso la stessa
officina meccanica, all'interno della quale e' stato poi ucciso,
incontro al quale Fucile si presento' armato di una pistola che si
era preoccupato di far notare ai due. In particolare Scarpato cosi'
riferisce:
... omissis...
D. Ha sospetti sugli autori dell'omicidio?
R. Posso dire che i miei sospetti si incentrano sul clan
criminale operante su Volla e precisamente su Manna Pasquale, Mollo
Francesco, Rea Francesco detto "O' Pagliesco" che so essere
originario di Casalnuovo di circa 32-33 anni, di statura bassa e
pelato, inoltre Maione Antonio, soprannominato "Tonino di Casarea".
D. Da cosa scaturiscono i suoi sospetti?
R. I miei sospetti nascono dal fatto che il Fucile prima che
fosse mandato alla casa di lavoro circa un anno fa sapevo che
svolgeva attivita' criminali insieme proprio al clan di Volla. Con
questi faceva estorsioni ed altri reati sempre in Volla. I contrasti
tra di loro sono nati successivamente all'omicidio di tale Romano
Francesco soprannominato "Franchino di Casarea" in quanto i citati
ritenevano che l'autore dell'omicidio fosse stato tra gli altri anche
il Fucile Francesco. A seguito di questo episodio, ricordo che
Francesco, temendo per la propria incolumita' acquisto'
un'autovettura Volkswagen Scirocco di colore nero blindata e spesso
camminava armato. Dopo circa due-tre mesi Francesco e' stato portato
alla casa di lavoro di Sulmona ove e' rimasto per circa dieci mesi.
In questo frangente di tempo e' stato ucciso Biondelli Rodolfo,
intimo amico del Fucile ed inoltre ultimamente Esposito Giovanni "'O
Bumbular". Da quando e' uscito dalla casa di lavoro e' cioe' a circa
tre mesi Francesco riceveva delle strane telefonate sul suo cellulare
senza che nessuno parlasse.
Circa un mese fa invece e' arrivata una telefonata sul cellulare
e l'interlocutore era Manna Pasquale il quale ha avuto un diverbio
telefonico a conclusione del quale ho sentito Francesco dire "Io non
voglio sapere piu' niente a questo punto ognuno si fa le cose sue".
In questa stessa telefonata il Manna ha chiesto un incontro
chiarificatore con Fucile ma il Fucile non volle andarci per paura.
Dopo due tre giorni a seguito di altra telefonata ricordo' che fu
fissato un incontro che lo stesso Fucile decise di far svolgere in
Volla alla via Lufrano presso l'officina Riccardi dove egli aveva
lavorato tempo addietro. Ricordo che il Fucile ando' armato con una
pistola calibro 9 x 21 che teneva nella cintola dei pantaloni. Voglio
precisare che l'orario era intorno alle 17 e che mentre ci portavamo
sul posto notammo un'auto civile della Polizia e ci allontanammo a
forte velocita' per paura di un controllo. Arrivati sul posto subito
dopo arrivarono Mollo Francesco e Manna Pasquale a bordo di una
autovettura Renault Clio di colore verde. Giunti sul posto i due
andarono incontro al Fucile e si baciarono e nell'occasione il Manna,
notata la pistola addosso al Fucile, disse "Cosa te la sei portata a
fare" e Francesco rispose "Non la porta per voi". I tre si
allontanarono e si portarono all'interno della ditta Riccardi salendo
una scala. Sono ritornati dopo circa due ore e il Francesco mi disse
che era tutto a posto. La cosa pero' che mi colpi' che mentre
andavamo via il Fucile si mise la pistola in mezzo alle gambe pronta
all'uso e io gli dissi "Vuoi vedere che l'incontro era una scusa per
farci qualche agguato? E lui rispondendomi di non essere uno scemo
comincio' a guidare a tutta velocita' cambiando perfino strada.
Successivamente Francesco mi disse che in questo incontro il Manna e
il Mollo gli avevano rinfacciato che si era messo con quelli del
Rione De Gasperi ma lui aveva negato dicendomi che si recava sul
Rione solo per andare a trovare la vedova di Esposito Giovanni morto
ammazzato poco prima.
Da allora per quanto ne sappia non vi sono stati altri contatti
con queste persone fatta eccezione per un incontro avvenuto circa una
settimana fa quando verso le ore 15 mentre eravamo a bordo della Fiat
Uno verde insieme a mia figlia lui improvvisamente giro' all'interno
dell'ipermercato "Le Ginestre" in Volla dove sapeva che si riunivano
di solito il Manna e il Mollo ed il Maione. Fuori al negozio trovammo
il Manna il Mollo e poco distante vi era il Maione Antonio in
compagnia di altre persone. Francesco, sceso dall'auto bacio' il
Mollo e il Manna e con questi entro' all'interno dell'ipermercato. Il
Maione si allontano' dal posto poco dopo unitamente alle persone che
erano in sua compagnia.
Il Fucile usci' dopo circa mezz'ora e salito in auto ci
allontanammo dal posto. Anche in questa occasione, a mia richiesta mi
disse che era tutto a posto.
Voglio inoltre aggiungere che l'altro ieri sera, verso le ore 18
mentre camminavamo con l'auto il Fucile ha arrestato l'auto in una
campagna di via Lufrano ed ha cacciato la pistola dalla cintola
esplodendo quattro o cinque colpi. Alla mia richiesta mi disse che
aveva provato solo la pistola per vedere se si inceppava. Preciso
altresi' che non sapevo che aveva portato con se l'arma in quella
occasione.
Voglio infine aggiungere che circa due anni fa fu rinvenuto dai
carabinieri di Volla un'ingente quantitativo di armi in un garage di
Volla e in quella occasione il Fucile mi disse che le armi erano del
clan al quale apparteneva e cioe' quello dei Veneruso.
(Cfr, verbale di s.i.t. rese da Scarpato Rosa in data 17 gennaio
1997 presso il Commissariato P.S. di Ponticelli).
Le dichiarazioni rese da Scarpato Rosa, allorche', in
particolare, riferisce che Mollo e Manna avevano rimproverato a
Fucile di essersi alleato con il clan "Sarno" (che ha la sua base
logistica, appunto al Rione De Gasperi del quartiere Ponticelli)
consentono dunque di ricostruire anche il movente dell'omicidio di
Fucile ad opera di personaggi appartenenti allo stesso clan cui era
stato affiliato la stessa vittima. D'altro canto lo stesso Mollo nel
commentare l'episodio con il suo interlocutore conclude asserendo:
"Ma la' era una cosa di principio" e Gennaro Napoli gli risponde "Ma
poi la ti faceva lui a te".
Il movente dell'omicidio, maturato come si e' detto nell'ambito
del sistema di alleanze tra i clan operanti in zone limitrofe e la
ferocia con cui gli esponenti del clan "Veneruso" hanno voluto punire
il voltafaccia di Fucile Francesco consente di inquadrare il delitto
nell'ambito del programma associativo portato avanti dal sodalizio
criminale. E' di chiara comprensione l'importanza che per un clan ha
la fedelta' dei propri associati e la conseguente necessita' di
reprimere in modo definitivo e al tempo stesso plateale tentativi di
scissione o anche comportamenti autonomistici.
L'uccisione di Fucile Francesco ha necessariamente una doppia
valenza per l'associazione criminosa: verso l'esterno perche' agli
occhi dei cittadini rafforza l'immagine di potenza militare del clan
e ne ribadisce la forza intimidatoria; verso l'interno, perche' serve
a scoraggiare che altri associati possano avanzare pretese di
scioglimento dal vincolo associativo, o, ancora peggio, entrare nelle
fila di altro clan rivale. Proprio attraverso la commissione di
simili delitti un'organizzazione criminosa di stampo camorristico si
assicura l'assoggettamento e l'omerta' degli affiliati e degli
estranei.".
Anche in questo caso, infatti, sono stati utilizzati, per
integrare il quadro indiziario a carico degli indagati, tra cui il
Rea, esclusivamente il contenuto dell'intercettazione ambientale ed i
riscontri rinvenibili nelle indagini svolte nell' immediatezza del
fatto oltre che le dichiarazioni della Scarpato, pure risalenti al
17 gennaio 1997, vale a dire tutto materiale indiziario gia' in
possesso del P.M. prima dell'emissione dell'ordinanza cautelare in
relazione all'omicidio Fico/Porricelli.
Accertato cosi' in punto di fatto che tutti gli elementi posti a
fondamento della richiesta di applicazione della misura in ordine ai
fatti oggetto dell'ordinanza cautelare del 16 febbraio 2000 erano
gia' in possesso del P.M. all'atto dell'emissione della prima
ordinanza cautelare relativa all'omicidio Fico/Porricelli, viene in
concreto rilievo il principio di diritto enunciato dalla Corte di
cassazione con la sentenza rescindente secondo cui anche in siffatta
ipotesi e' necessario, per l'applicabilita' del disposto
dell'art. 297, comma 3, C.P.P., accertare la sussistenza del vincolo
di connessione qualificata di cui all'art. 12, comma 1, lettere b) e
c) limitatamente all'ipotesi di reati commessi per eseguire gli
altri. Secondo la Corte rescindente questa sarebbe infatti l'unica
interpretazione possibile alla luce dell'inequivoco tenore letterale
e logico della norma.
Ma nell'affermare l'opposto principio questo Tribunale,
nell'ordinanza annullata, si era uniformato alla consolidata - cosi'
definita dalla stessa Corte nella sentenza della sez. 4a 14 dicembre
1999, dep. 22 gennaio 2000, Ascione - giurisprudenza di legittimita'
(Cass. 290/1999 CED 214050; 1835/1999, CED 213500; 3381/1999, CED
212824; 1290/1997 CED 208891; 1719/1996, CED 20589; 4246/1997, CED
208334) secondo cui la disciplina di cui all'art. 297, comma 3,
C.P.P. e' applicabile anche a fatti diversi, in connessione non
qualificata ai sensi dell'art. 12, comma 1, lettere b) e c) C.P.P.,
sempre che di essi si accerti in modo incontestabile la sussistenza,
a disposizione dell'autorita' giudiziaria, di idonei indizi di
colpevolezza gia' al momento dell'emissione del primo provvedimento
cautelare. Peraltro la stessa Corte di cassazione con sentenza del
20 marzo 2001 ha poi dichiarato inammissibile il ricorso presentato
dal Procuratore della Repubblica di Napoli avverso l'ordinanza con la
quale questo Tribunale aveva dichiarata cessata l'efficacia della
misura cautelare applicata con l'Ordinanza emessa il 16 febbraio 2000
nei confronti del Mollo Francesco la cui posizione e' assolutamente
identica e sovrapponibile a quella del Rea. Invero il tenore
letterale dell'originaria formulazione dell'art. 297, comma 3, C.P.P.
("se nei confronti di un imputato sono emesse piu' ordinanze che
dispongono la medesima misura per uno stesso fatto, benche'
diversamente circostanziato o qualificato, i termini decorrono dal
giorno in cui e' stata eseguita o notificata la prima ordinanza ...")
non aveva impedito alla giurisprudenza, una volta identificato nella
norma il divieto delle cd. contestazioni a catena, di estenderne la
portata anche all'ipotesi di piu' ordinanze concernenti fatti diversi
anteriormente commessi, legati o meno dal vincolo della connessione,
dal momento che la colpevole inerzia dell'A.G. nella contestazione
dei fatti oggetto della seconda ordinanza non poteva incidere
negativamente sul diritto dell'imputato in vinculis ad ottenere la
liberazione allo scadere del termine di custodia fissato dalla legge.
Ne derivava che in siffatta ipotesi, mentre nel caso in cui gli
elementi necessari e sufficienti per la contestazione dei fatti
oggetto della seconda ordinanza fossero gia' in possesso dell'A.G.
prima dell'emissione della prima ordinanza, la decorrenza del termine
doveva esser retrodatata alla data di esecuzione o di notifica del
primo provvedimento restrittivo, invece, nel caso in cui detti
elementi fossero stati acquisiti successivamente a tale momento,
l'identificazione del momento cui retrodatare l'inizio della custodia
per i fatti oggetto della seconda ordinanza risultava incerto in
quanto sostanzialmente legato alla valutazione del giudice circa la
durata della colpevole inerzia dell'A.G. a procedere alla relativa
contestazione. Di qui - e dunque con esclusivo riferimento al caso di
una seconda ordinanza in relazione a fatti anteriormente commessi ma
in relazione ai quali le condizioni di cui all'art. 273 C.P.P. si
fossero realizzate solo dopo l'emissione della prima - la necessita'
di un intervento del legislatore, attuato con l'art. 12, comma 1,
della legge n. 332/1995 che ha sostituito l'originario testo
dell'art. 297, comma 3, introducendo da un lato il limite oggettivo
della connessione qualificata ex art. 12, lettere b) e c), e della
desumibilita' dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il
fatto con il quale sussiste connessione e individuando, anche per
tale ipotesi, il momento di decorrenza del termine di custodia in
quello dell'esecuzione o notificazione della prima ordinanza
cautelare. Cosi' introducendo, per tali ipotesi, una disciplina del
computo dei termini di custodia che, sottoposta al vaglio di
costituzionalita' - proprio con riferimento all'ipotesi in cui la
notizia dei fatti oggetto del successivo provvedimento coercitivo non
risultasse dagli atti all'epoca del primo intervento cautelare e
nella parte in cui esclude qualsiasi rilevanza della tempestivita'
della nuova contestazione agli effetti della decorrenza dei termini -
e' stata ritenuta perfettamente legittima, avendo la Corte
costituzionale, con la sentenza n. 89/1996, ritenuto che "la
disposizione impugnata sfugge a qualsiasi censura di irragionevolezza
sia perche' il valore che la stessa ha inteso preservare non lascia
spazio a disuguaglianze arbitrarie, sia perche' il legislatore ha
ricondotto il sistema all'interno di un alveo contrassegnato da
garanzie di obiettivita' e dunque di effettivo rispetto del principio
di eguaglianza" "posto che e' la stessa Costituzione (art. 13, quinto
comma) ad imporre la previsione di termini di durata delle misure ed
a presupporre l'inconferenza delle esigenze che dovessero residuare
al di la' di un limite temporale certo ed invalicabile".
Orbene l'applicazione del principio di diritto enunciato dalla
sentenza rescindente della Corte di cassazione - che limita ai soli
casi di reati legati dal vincolo di connessione qualificata
l'applicabilita' della disciplina dell'art. 297, comma 3, C.P.P. pur
nell'ipotesi che anche per essi l'A.G. disponesse degli elementi
necessari e sufficienti per procedere alla contestazione gia' prima
dell'emissione del primo provvedimento restrittivo - impone a questo
giudice di rinvio, obbligato a rispettarlo, un'interpretazione della
norma in contrasto con il dettato costituzionale (art. 13, quinto
comma, della Costituzione) che riserva alla legge la durata dei
termini di custodia, giacche' lascerebbe arbitro il p.m., gia' in
possesso degli elementi sufficienti alla contestazione di reati non
legati da connessione qualificata con quello oggetto della prima
ordinanza, di procrastinarne la contestazione cosi' prolungando a sua
discrezione il termine, certo ed invalicabile, di custodia stabilito
dalla legge (come e' avvenuto nel caso di specie in cui l'ordinanza
cautelare per il reato associativo e per l'altro episodio omicidiario
- in relazione ai quali si e' accertato incontestabilmente che l'A.G.
era in possesso degli elementi necessari ad integrare le condizioni
di cui all'art. 273 C.P.P. gia' prima dell'emissione del primo
provvedimento cautelare - e' stata emessa un anno e quattro mesi dopo
la prima ordinanza relativa all'omicidio Fico/Porricelli).
Ne consegue che l'unico rimedio consentito in questa sede -
secondo l'insegnamento della stessa Corte costituzionale (cfr. sent.
18 febbraio 1998, n. 16 e ord. n. 11/1999 del 21 gennaio 1999) - e'
sollevare la questione di costituzionalita' della norma risultante
dall'interpretazione fattane con il principio di diritto enunciato
dalla Corte di cassazione, dovendo detta norma ricevere ancora
applicazione nel giudizio rescissorio e non potendo questo giudice di
rinvio altrimenti sottrarsi alla regola juris additata dalla Corte
suprema.
Siffatta questione di costituzionalita' e' non solo non
manifestamente infondata per i motivi innanzi esposti ma anche
rilevante ai fini della decisione dell'appello proposto dalla difesa
del Rea posto che la giurisprudenza di legittimita' e' pressocche'
concorde nell'escludere la configurabilita' del vincolo della
connessione qualificata tra il delitto associativo (contestato al Rea
con la seconda ordinanza) ed i fatti omicidiari (cfr. da ultimo, sez.
5a 25 gennaio 2000, CED 216498, Battaglia, conformi CED 205128 e
207161, 216244; contra 215017) e che, in ogni caso, detto vincolo non
sarebbe in alcun modo configurabile tra i due delitti di omicidio
oggetto rispettivamente della prima e della seconda ordinanza
cautelare; di tal che l'applicazione del principio di diritto
enunciato dalla Corte rescindente comporterebbe il rigetto del
gravame che andrebbe invece accolto seguendo l'interpretazione
ritenuta da questo Tribunale costituzionalmente corretta.