IL TRIBUNALE DI CUNEO 
                     in composizione collegiale 
 
    Nelle persone di: 
        dott.ssa Elisabetta Francesca Meinardi, Presidente; 
        dott. Marco Toscano, giudice; 
        dott. Giovanni Mocci, giudice; 
    Letti gli atti del processo pendente  nei  confronti  di  D.B.  e
A.B., in atti generalizzati, imputati in ordine al reato di cui  agli
articoli 110, 628  commi  2  e  3  n.  1)  c.p.  «perche',  portatisi
all'interno del ..., dopo aver prelevato articoli e generi alimentari
che riponevano nelle tasche  ed  aver  preso  tre  baguettes,  se  ne
assicuravano il  possesso  e  cercavano  di  assicurarsi  l'impunita'
reagendo al controllo posto in essere  dall'addetto  alla  sicurezza,
che li  aveva  ripresi  scattando  foto  con  il  proprio  cellulare,
aggredendo costui, cercando di strappargli il cellulare di  mano,  e,
spintonato, rivolgendogli la frase "toccami!  ti  ammazzo!  bastardo!
razzista di merda! ti uccido!" facendolo  in  tal  modo  arretrare  e
riuscendo, entrambi, a passare le casse senza pagare e  oltrepassando
nuovamente ... e il responsabile del punto vendita ...,  intervenuto,
che li invitavano a restituire quanto sottratto,  mediante  la  frase
"bastardi!  lasciatemi  passare  altrimenti  vi  ammazzo!",  uscendo,
quindi, senza  pagare,  salvo  venire  rintracciati  nei  pressi  del
supermercato mentre  mangiavano  il  pane  e  con  addosso  A.B.  una
scatoletta  di  tonno  sottolio  e  D.B.  uno  spazzolino  da   denti
confezionato», fatto commesso  in  ...  il  ..., all'udienza  del  20
settembre 2023 ha pronunciato la seguente ordinanza. 
    Il Tribunale dubita della legittimita'  costituzionale  dell'art.
628, commi 2 e 3 n. 1) c.p., nella  parte  in  cui  non  prevede  una
diminuente specifica quando per la natura, la  specie,  i  mezzi,  le
modalita' o le circostanze dell'azione,  ovvero  per  la  particolare
tenuita' del danno o del pericolo, il fatto  sia  da  considerare  di
lieve entita'. Ritiene, inoltre, che la questione sia rilevante e non
manifestamente infondata. 
1. Svolgimento del processo. 
    Gli odierni imputati sono stati tratti in arresto il ...  per  il
reato di rapina impropria: dopo aver prelevato vari generi alimentari
dagli  scaffali  del  supermercato  ...,  in  particolare,  si   sono
avvicinati alle casse dove sono stati fermati, prima di superarle, da
uno degli addetti alla sicurezza che li aveva osservati apprendere  i
beni (alcune baguettes, uno spazzolino da denti ed una scatoletta  di
tonno) e riporli nelle tasche, nonche'  dal  responsabile  del  punto
vendita  che,  insieme  al  sorvegliante,  aveva  intimato  loro   di
restituire la merce che non avevano presentato per il pagamento. A.B.
a quel punto inizio' a minacciare e a spintonare il sorvegliante e il
responsabile, costringendo l'addetto alla sorveglianza ad  arretrare,
per poi, unitamente al complice, guadagnare l'uscita. 
    Convalidato l'arresto ed applicata nei loro confronti  la  misura
cautelare  della  custodia  in  carcere,  il  pubblico  ministero  ha
disposto procedersi a giudizio direttissimo. 
    Entrambi, in quella sede, hanno chiesto di essere giudicati nelle
forme del rito  abbreviato  e,  dopo  la  discussione  ed  un  rinvio
disposto dal Tribunale (che, nel frattempo, su richiesta del pubblico
ministero   ha   sostituito   la   misura   cautelare    inframuraria
originariamente adottata nei confronti di  entrambi  con  quella  non
detentiva ancora in atto),  e'  stata  data  lettura  della  presente
ordinanza. 
    La condotta degli imputati e' stata correttamente qualificata dal
pubblico  ministero,  poiche'  l'uso  di  violenza  o  minaccia   nei
confronti della persona offesa o del  soggetto  intervenuto  dopo  la
sottrazione della cosa, rappresenta - per costante insegnamento della
S.C. - uno sviluppo logicamente prevedibile del  programmato  delitto
di furto, che fa progredire l'azione criminosa in rapina impropria ed
e' ascrivibile, ex art. 116 c.p., al compartecipe che non ha posto in
atto l'azione tipica (cfr. ex multis, Cassazione Sez. 2,  13  ottobre
2018, n.  49443,  Cassazione  Sez.  2,  6  ottobre  2016,  n.  45446,
Cassazione Sez. 2, 18 giugno 2013, n. 32644). 
    La pena detentiva applicabile ad entrambi gli imputati, pertanto,
secondo la cornice edittale disegnata dalle non piu' recenti  riforme
e' pari a sei anni di reclusione nel minimo e venti nel massimo,  per
l'indubitabile sussistenza dell'aggravante dell'essere stato il reato
commesso da piu' persone riunite. Prima di pronunciare  sentenza  nel
merito, il Tribunale  ritiene  di  dover  sospendere  il  processo  e
sollevare la questione di legittimita' costituzionale che segue,  non
sussistendo allo stato i presupposti per assolvere gli imputati. 
2. Rilevanza della questione. 
    Il Tribunale  ritiene,  sulla  base  degli  atti  utilizzabili  a
seguito della  scelta  del  rito,  che  la  condotta  addebitata  dal
pubblico ministero agli imputati integri  astrattamente,  come  sopra
detto, la fattispecie ipotizzata, ossia la rapina impropria aggravata
dall'essere stato il fatto commesso da piu' persone riunite. 
    Ora, la pena detentiva che,  in  ipotesi  di  condanna,  dovrebbe
essere applicata agli autori del fatto e' individuata, nel suo minimo
edittale, in sei anni di  reclusione.  Il  trattamento  sanzionatorio
potrebbe essere  mitigato  dalle  circostanze  attenuanti  generiche,
nonche' dall'attenuante prevista dall'art. 62, n. 4) c.p.,  senonche'
sul punto si devono svolgere alcune argomentazioni. 
    Sotto il primo aspetto,  la  stessa  Corte  costituzionale  (cfr.
sentenza 10 marzo  2022,  n.  63),  premesso  che  l'applicazione  di
circostanze attenuanti e' soltanto  eventuale,  e  non  e'  in  grado
pertanto di sanare il vulnus costituzionale insito nella comminatoria
di una pena manifestamente eccessiva nel minimo, ha spiegato come  la
funzione propria delle attenuanti generiche sia quella  «di  adeguare
la  misura  della  pena  alla  sussistenza  di  speciali   indicatori
(oggettivi o soggettivi) di un minor  disvalore  del  fatto  concreto
rispetto  alla  gravita'  ordinaria  dei  fatti  riconducibili  alla,
fattispecie  base  di  reato,  e  non  gia'  quella   di   correggere
l'eventuale  sproporzione   dei   limiti   edittali   stabiliti   dal
legislatore rispetto ad un fatto il  cui  disvalore  sia  conforme  a
quello che ordinariamente caratterizza la fattispecie criminosa». 
    Il fatto che la Corte costituzionale abbia, in termini  puntuali,
delineato il principio per cui le  circostanze  attenuanti  generiche
devono essere ancorate ai parametri (oggettivi e soggettivi)  di  cui
all'art. 133 c.p., mentre, al contrario, esse non possono  costituire
lo strumento per adeguare la risposta sanzionatoria alla  fattispecie
concreta, significa  che  il  giudice  non  puo'  avvalersi  di  quel
correttivo laddove, in ipotesi, la pena edittale non  sia  rispettosa
del principio di ragionevolezza. 
    Deve ricordarsi che il caso  concreto  oggetto  del  processo  e'
connotato da scarsa offensivita', sia sotto  il  profilo  del  valore
della merce sottratta (euro ...), sia sotto  quello  della  modalita'
esecutiva della rapina (consistita in  due  frasi  minacciose  e  una
spinta): del resto, e' statisticamente  frequente  che  nella  rapina
impropria il disvalore insito nel reato sia di per  se'  inferiore  a
quello della rapina, sebbene questo Tribunale non ignori che la Corte
costituzionale  ha  gia'  ritenuto  non  fondata  la   questione   di
legittimita' costituzionale sollevata in relazione  all'identita'  di
trattamento sanzionatorio tra il delitto di rapina di  cui  al  primo
comma dell'art. 628 codice penale e quello di cui al  comma  2  (cfr.
sentenza n. 190/2020 e ordinanza n. 111/2021),  come  si  dira'  piu'
avanti. 
    Va tuttavia osservato (benche' non siano stati  rilevati  attriti
con il dettato costituzionale) che spesso un  banale  furto,  seguito
(nell'immediatezza)  da  una  semplice  spinta  o  da  una   generica
minaccia, e per cio' rientrante nel paradigma della rapina impropria,
debba essere punito con una sanzione che appare incompatibile  con  i
parametri dettati dalla Costituzione,  e  successivamente  sviluppati
attraverso  molteplici  pronunce  della  Corte  costituzionale  sulla
sproporzione delle pene (tra le  quali  si  ricorda  la  recentissima
sentenza 24 maggio 2023, n. 120 sull'art. 629 c.p.). 
    Ne' parrebbe consentito ricorrere all'attenuante di cui  all'art.
62 n. 4) c.p., poiche' anche in tal caso la funzione di tale istituto
verrebbe snaturata dalle finalita' che le e' propria, ossia quella di
adeguare alle circostanze del caso concreto una  pena  che  nei  suoi
parametri edittali deve essere conforme ai precetti costituzionali, e
verrebbe «piegata», per improprie esigenze di giustizia  sostanziale,
ad adeguare al caso sottoposto al vaglio del  giudice  una  pena  che
risulta non conforme alle previsioni della Carta costituzionale. 
3. I profili di illegittimita'. 
    Il Tribunale ritiene che  la  disposizione  in  esame  violi  gli
articoli 3 e 27,  commi  1  e  3  Cost.  Segnatamente,  la  manifesta
sproporzione della pena, specie nel minimo edittale previsto  per  la
fattispecie di reato (con la precisazione di cui si  dira'),  nonche'
l'irragionevole  severita'  della  previsione   sanzionatoria   tanto
rispetto a fattispecie  analogamente  punite,  quanto  rispetto  alla
gravita' di tutti i fatti che cadono sotto la previsione in esame. 
    Il principio di proporzionalita' della pena esige  che  essa  sia
adeguatamente calibrata al concreto  contenuto  di  offensivita'  del
fatto per gli interessi protetti,  nonche'  al  disvalore  soggettivo
espresso dalle condotte messe in atto dall'imputato. Ove la  sanzione
non  sia  proporzionata,  viene  compromessa   anche   la   finalita'
rieducativa  della  pena,  che  implica  invece   il   principio   di
proporzione tra la gravita' del reato e la severita' della pena. 
    Si premette che e' nota  a  questo  Tribunale  la  giurisprudenza
della  Corte  costituzionale  in  merito   alle   valutazioni   sulla
dosimetria della pena, che competono  in  esclusiva  al  legislatore,
chiamato dalla riserva di legge ex art. 25 Cost. a stabilire il grado
di  reazione  dell'ordinamento  al  cospetto  della  lesione  di   un
determinato bene giuridico e che, per conseguenza,  il  sindacato  di
legittimita' costituzionale puo'  esercitarsi  unicamente  su  scelte
sanzionatorie arbitrarie o  manifestamente  sproporzionate,  tali  da
evidenziare un uso distorto della  discrezionalita'  legislativa  (ex
plurimis, sentenze n. 88 e n. 40 del 2019, n. 233 e n. 222 del  2018,
n. 179 del 2017 e n. 236 del 2016). 
    E tuttavia la stessa Corte  ha  pure  precisato  che  la  tecnica
legislativa,  consistente  nel  «ritagliare»  fattispecie  di  minore
gravita' in funzione di un riequilibrio complessivo della  disciplina
penale,  si  addica  essenzialmente  alle  ipotesi  nelle  quali   il
reato-base ha una formulazione molto  ampia,  come  lo  «spaccio»  di
stupefacenti, la ricettazione, la bancarotta o la  violenza  sessuale
(sentenza n. 88 del 2019); per quest'ultimo reato, in particolare, la
fattispecie attenuata ex art. 609-bis, terzo comma, codice penale  e'
diretta proprio a temperare  la  notevole  ampiezza  dell'espressione
«atti sessuali», che costituisce il fulcro della norma incriminatrice
(sentenza n. 106 del 2014). 
    Ora, tale ampiezza puo' ricavarsi pure  dalla  descrizione  della
rapina impropria, laddove  la  condotta  qualificante  e'  costituita
dalla violenza o minaccia  adoperata  dopo  la  sottrazione,  poiche'
entrambe le  azioni  possono  manifestarsi  in  plurime  declinazioni
concrete. 
    E proprio nel caso concreto, il limite minimo di  pena  stabilito
per la rapina impropria determina, ad avviso di questo Tribunale, una
lesione  del  principio  di  proporzionalita'   e   della   finalita'
rieducativa della pena: la previsione  di  un  cosi'  elevato  minimo
edittale  non  permette  al   giudice   di   adattare   la   risposta
sanzionatoria  alla  gravita'  del  fatto,  ed  in  tal  modo   viene
vanificato anche il principio di colpevolezza  di  cui  all'art.  27,
comma 1 Cost. poiche' la pena  deve  tenere  conto  delle  specifiche
esigenze del singolo caso, cosi' da rendere  realmente  personale  la
responsabilita' penale. Nel trattamento sanzionatorio previsto  dalla
disposizione in esame, in altre parole, difetta  la  proporzione  tra
sanzione e offesa, alla luce del tasso di  disvalore  particolarmente
tenue che caratterizza le condotte tenute  dagli  imputati,  compiute
allo scopo di assicurarsi il possesso di beni di scarsissimo  valore,
attraverso il dispiegamento di  una  violenza/minaccia  anch'essa  di
scarsa entita'. 
    Inoltre, la pena deve rispondere al bisogno punitivo dello  Stato
(intuitivamente minore laddove  il  reato  da  punire  sia  di  lieve
entita') e non puo' incidere sulla liberta' personale dell'autore del
fatto oltre  i  limiti  che  corrispondono  alla  menzionata  istanza
punitiva. 
    Come  sopra  si  e'  accennato,  la  Corte  costituzionale,   con
l'ordinanza n. 111/2021, ha  dichiarato  infondata  la  questione  di
legittimita' dell'art. 628, comma 2 c.p. (decidendo  in  ordine  alla
pretesa  contrarieta'  al  dettato  costituzionale,   sollevata   dal
Tribunale di Torino, in ordine alla omogeneita' delle  pene  previste
per la rapina propria e per quella impropria), sotto diversi profili,
riassuntivamente: a) che i fatti di rapina propria  e  impropria  non
avrebbero  diversa  gravita'  oggettiva  e  soggettiva,  comprendendo
entrambi sia l'impossessamento  della  cosa  mobile  altrui,  sia  il
ricorso alla violenza o minaccia; b) che quest'ultimo puo' non essere
preordinato  nella  rapina  propria,  mentre   puo'   esserlo   nella
programmazione di un furto, quando si rende  necessario  al  fine  di
mantenere il possesso della res ovvero di conseguire l'impunita';  c)
che, in ogni caso, la sequenza tra sottrazione della cosa e uso della
violenza o minaccia che sia esercitata immediatamente dopo, distingue
la rapina impropria dal furto cui conseguano  condotte  analoghe;  d)
che le due figure non  richiedono  una  differente  sanzione  poiche'
condividono il tratto essenziale del ricorso alla violenza o minaccia
in un contesto  di  aggressione  patrimoniale;  e)  che  in  caso  di
violenza o minaccia  immediata,  il  fatto  disvela  una  particolare
capacita'  criminale  e  di  offesa  per  la  vittima  (al  punto  da
giustificare l'arresto in flagranza  e  da  rendere  ipotizzabile  la
legittima difesa). 
    Per tutte  queste  ragioni,  la  Consulta  ritenne  legittima  la
previsione sanzionatoria  della  rapina  impropria.  Tuttavia,  nella
citata sentenza si legge, a proposito  della  proporzionalita'  della
pena, che «la pressione punitiva attualmente esercitata  riguardo  ai
delitti contro il patrimonio sia divenuta assai rilevante,  tanto  da
richiedere che il legislatore ne riconsideri l'assetto». 
    Esclusa dunque la possibilita' di differenziare la pena  edittale
della rapina impropria da quella di cui all'art.  628,  comma  1,  un
rimedio percorribile, e  che  opera  su  tutt'altro  piano,  potrebbe
essere quello di prevedere, analogamente a quanto e' accaduto per  il
delitto di estorsione, una diminuente specifica per i casi in  cui  i
mezzi, le modalita' dell'azione, la natura e  la  specie  del  fatto,
nonche' la particolare tenuita' del danno o del pericolo, rendano  il
reato di lieve entita'. 
    Infatti,  cio'  che  si  intende   evidenziare   non   e'   tanto
l'irragionevolezza della pena edittale minima prevista per la  rapina
impropria,  gia'  ritenuta  dalla  Corte  costituzionale  immune   da
anomalie sintomatiche di  una  previsione  punitiva  eccessiva  (cfr.
sentenza 9 luglio 2020, n. 190), bensi' la mancata previsione di  una
fattispecie attenuata che  rappresenti  per  il  giudice  un  rimedio
adeguato  da  adottarsi  quando  la  sanzione  minima   non   risulti
proporzionata al caso concreto. 
    Del resto, in relazione  a  diverse  specifiche  fattispecie,  e'
prevista un'ipotesi attenuata: e' il caso - ad esempio  -  del  reato
previsto dall'art. 609-bis  codice  penale  che,  sebbene  nella  sua
formulazione  preveda  una  pena  minima  uguale  a  quella  prevista
dall'art. 628, comma 3, n. 1), (anni sei  di  reclusione),  contempla
tuttavia, all'ultimo comma, una diminuente fino a  due  terzi  per  i
casi di minore gravita'. Lo stesso puo' dirsi con  riguardo  all'art.
609-quater c.p. 
    Ma cio' che piu' vistosamente stride con la formulazione  attuale
dell'art. 628 codice penale e' che, anche in riferimento  ad  ipotesi
di reato ritenute di straordinaria gravita', quali  il  sequestro  di
persona a scopo di estorsione (punito con pena minima  di venticinque
anni, reato sottoposto a scrutinio  costituzionale  per  la  medesima
ragione  che  qui  si  discute  -  cfr.  sentenza  n.   68/12   Corte
costituzionale), ovvero il sequestro di persona a scopo  di  coazione
(anch'esso  punito  con  pena   minima   di venticinque   anni),   il
legislatore (o la Consulta) ha ritenuto di prevedere, per i  casi  di
minore   gravita',   un   trattamento   sanzionatorio   piu'   lieve.
Analogamente, possono godere di  un  trattamento  attenuato  anche  i
delitti previsti dagli articoli 314, 316, 316-bis, 316-ter, 317, 318,
319, 319-quater, 320, 322, 322-bis e 323, alcuni dei quali  (articoli
317, 319, 319-quater) puniti con una  pena  minima  di  sei  anni  di
reclusione. 
    Con la recentissima sentenza n. 120/2023 la Corte  costituzionale
- come sopra si e' detto - ha dichiarato  l'illegittimita'  dell'art.
629 codice penale «nella parte in cui non prevede che la pena da esso
comminata e' diminuita in misura non eccedente un terzo quando per la
natura, la specie, i mezzi, le modalita' o  circostanze  dell'azione,
ovvero per la particolare tenuita' del danno o del pericolo, il fatto
risulti di lieve entita'». 
    Sia il delitto di rapina sia l'estorsione sono  reati  contro  il
patrimonio, puniti con la medesima pena  detentiva,  mentre  la  pena
pecuniaria e' piu' grave nell'estorsione. Essi differiscono tra  loro
poiche' nella rapina il reo sottrae la cosa esercitando sulla vittima
una  violenza  o  una  minaccia   diretta   e   ineludibile,   mentre
nell'estorsione la coartazione non determina il  totale  annullamento
della capacita' del soggetto passivo di determinarsi diversamente. E'
dunque il diverso effetto della costrizione esercitata  (che  elimina
la possibilita' di  alternative  solo  nella  rapina)  che  segna  il
discrimine tra le due fattispecie. Non puo' pero'  farsi  a  meno  di
sottolineare  come  nella  rapina  impropria  l'azione  violenta  sia
finalizzata non alla sottrazione della cosa (gia'  avvenuta),  bensi'
ad assicurarsi l'impossessamento ovvero  l'impunita'  e,  sebbene  il
gia' ricordato scrutinio della  Consulta  abbia  escluso  profili  di
attrito con la Costituzione nella parificazione della  pena  prevista
per la rapina c.d. «propria» e per quella impropria, nondimeno,  come
per il reato di estorsione, possono verificarsi situazioni di  minima
offensivita' sia per l'occasionalita' dell'iniziativa criminosa,  sia
per la lieve entita' del pregiudizio  arrecato  alla  vittima  e  sia
infine per la modestia dell'utilita' percepita dall'autore del fatto. 
    Nella sentenza n.  120/2023  in  tema  di  estorsione,  la  Corte
costituzionale ha ritenuto la sussistenza di un  vulnus  ai  principi
costituzionali di ragionevolezza e finalita' rieducativa della  pena.
Invero, la mancata previsione  di  una  «valvola  di  sicurezza»  che
consenta al giudice di moderare la pena, onde adeguarla alla gravita'
concreta del fatto estorsivo, puo' determinare l'irrogazione  di  una
sanzione non proporzionata ogni  qual  volta  il  fatto  medesimo  si
presenti totalmente immune dai profili di allarme sociale  che  hanno
determinato il legislatore a stabilire per questo titolo di reato  un
minimo edittale di notevole asprezza»: la riflessione  nasceva  dalla
circostanza che il delitto di estorsione rappresenta anche  un  mezzo
tipico  della  criminalita'  organizzata,  dal  che   discendeva   la
necessita' di offrire al giudice quella «valvola di  sicurezza»  ogni
volta che il reato in  concreto  presentava  un  tasso  di  disvalore
marcatamente dissimile  rispetto  agli  episodi  avuti  di  mira  dal
legislatore. 
    Ad avviso del Tribunale, sebbene il delitto di cui  all'art.  628
c.p. non presenti le caratteristiche proprie del reato di estorsione,
e segnatamente non manifesti una  significativa  contiguita'  con  il
modus operandi proprio delle associazioni criminali, anche  nel  caso
della rapina possono  verificarsi  situazioni  concrete  che  rendono
manifestamente  sproporzionata  la  pena  prevista,  con  conseguente
violazione del principio di uguaglianza, di ragionevolezza della pena
e della sua funzione rieducativa. In ultimo,  si  evidenzia  come  la
cornice edittale prevista per il  reato  in  questione  non  consenta
un'interpretazione costituzionalmente conforme, non potendosi, per le
ragioni dianzi espresse,  utilizzare  istituti  aventi  proprieta'  e
finalita' diverse.