Art. 9.
Legame con l'ambiente geografico
A) Informazioni sulla zona geografica
1) Fattori naturali rilevanti il legame
La zona geografica e' situata nell'ambiente collinare a sud ovest
dell'Umbria, fino al confine con l'alto Lazio e si sovrappone
territorialmente alla Doc Orvieto in Provincia di Terni, con lo scopo
di diversificare le produzioni all'interno di una stessa area
viticola e creare tra i due vini una sinergia per affrontare al
meglio i mercati. Va sottolineato come da tempi ben piu' antichi in
tutta la zona non mancassero vini rossi di ottima qualita'. Le
caratteristiche principali dei vini Rosso Orvietano sono proprio
quelle di rappresentare piu' una zona che un singolo vitigno.
L'avvio dello stretto binomio «coltivazione della vite-produzione
di vino» pare risalire al X sec. a.C., quando gli Etruschi
conquistarono la scoscesa rupe e fondarono l'antica Velzna. Si
ritiene, infatti, che proprio questa civilta' abbia intuito che la
particolare costituzione del masso tufaceo era favorevole alla
lavorazione ed alla conservazione del vino.
Velzna conobbe un notevole prestigio tra l'VIII e il VI sec. a.C.
in virtu' della sua centralita' all'interno dell'Etruria che ne
facilito' lo sviluppo economico grazie agli scambi commerciali che
poteva intrattenere con gli altri centri. A tutto cio' fece riscontro
un analogo sviluppo sociale, urbanistico, artistico e demografico,
come e' ampiamente documentato dai numerosi ritrovamenti
archeologici. Il territorio in esame e' interessato da affioramenti
di una quindicina di formazioni geologiche le quali, sulla base di
analogie litogenetiche e petrografiche, nonche' in funzione del loro
comportamento quali substrati pedogenetici, possono essere cosi'
raggruppate (Calandra e Leccese, 2004):
argille: argille ed argille sabbiose, anche di facies
sublitorale (pleistocene) che si rinvengono a Spinaretta, Decugnano,
M. Largo, S. Spirito, M. Cavallo, nonche' alla base della rupe di
Orvieto ed a valle degli abitati di Porano, Civitella del Lago e
Rocca Ripesena. Argille ed argille sabbiose, grigio-azzurre (pliocene
medio inferiore) presenti a Torre dell'Olfo, Poggio Montone, Poggio
Ciculetto, Poggio Lupo, Civitelle, ecc.;
formazioni vulcaniche: colate laviche di varia natura (latiti,
trachibasalti, monoliti, nefriti, lecititi) e coni di scorie
riferibili alle manifestazioni eruttive finali degli apparati velini
settentrionali (Pleistocene) presenti a Palombaro, San Quirico e La
Guerciana. Colate piroclastiche di tipo tefritico-fonolitico degli
apparati vulsini (tufo litoide a scorie nere) di Porano e Bardano
(pleistocene). Colate laviche di varia natura (latiti, trachiti,
nefriti leuciti che, leucititi) riferibili alle manifestazioni
eruttive iniziali degli apparati vulsini settentrionali (pleistocene)
affioranti a Sugano, Canale Vecchio, Lo Spuntone, ecc. Tufi
stratificati degli apparati volsini costituiti da alternanze di
lapilli, tufi terrosi, pomici, ceneri. Tufiti con intercalazioni di
travertini, concrezioni travertinose e diatomiti (pleistocene)
particolarmente diffuse a Botto, Le Velette, Canale Nuovo,
Tordimente, S. Egidio, ecc.;
alluvioni: alluvioni attuali, recenti e del terrazzo piu' basso
prevalentemente sabbio ciottolose (olocene), che coincidono con le
superfici di pianura presenti ai bordi dei fiumi Tevere e Paglia,
nonche' del torrente Romealla e dei fossi della Sala, di Calenna, di
Pogliano, ecc. Depositi alluvionale del terzo ordine dei terrazzi,
elevati da 5 a 15 metri circa sull'alveo attuale
(olocene-pleistocene) come quelli di Ponte Giulio e di Cardeto.
Depositi alluvionali del secondo e primo ordine dei terrazzi, elevati
da 15 a 50 metri circa sull'alveo attuale (pleistocene), come a
Pomontone ed alla Barca di Renaro;
sabbie e conglomerati: sabbie gialle con livelli di
conglomerati talvolta cementati e di arenarie grossolane argonogene
(pliocene superiore-medio) come a S. Caterina, La Sbarra, Salviano e
Caserlena. Conglomerati poligenici di facies deltizia, sabbie e
sabbie argillose da salmastre a litorali (pliocene medio-inferiore)
osservabili a Monterubiaglio, S. Giovanni, Benano, Cerreto, Morrano e
S. Bartolomeo. Sabbie e sabbie argillose con livelli salmastri e con
intercalazioni di ciottolate fluvio-deltizio (pliocene
superiore-inferiore) riscontrabili a Murotondo, Castellunchio,
Fainello, Osarella, Poggio Canalini e Viceno;
pluviometria: dall'analisi delle precipitazioni emerge, una
maggiore piovosita' in autunno, con il 35-36% delle piogge totali,
segue il trimestre invernale con il 26-27%, poi quello primaverile
con il 22-23% ed infine quello estivo con il 15-16%. Le piogge hanno
la massima intensita' in ottobre, con 102 mm e novembre con 107 mm.
Questi eventi, soprattutto in ottobre, possono arrecare disturbi alle
operazioni di vendemmia, ed in modo particolare in presenza di
vitigni tardivi e di vigneti esposti a nord. Al contrario, il periodo
estivo e' caratterizzato da scarse precipitazioni (luglio e agosto
con medie di 33 e 40 mm di pioggia) che, potenzialmente, possono
creare problemi di carenza idrica, soprattutto in alcune tipologie di
suolo (es. con scarsa capacita' di ritenzione idrica, con limitato
franco di coltivazione, ecc.), in ogni caso le precipitazioni medie
annue si attestano tra i 700 e i 1000mm di pioggia;
termometria: i valori di temperatura dell'aria mostrano un
andamento sostanzialmente ordinario con i massimi termici in
corrispondenza dei mesi estivi ed i minimi in quelli invernali.
Picchi massimi di temperatura media dell'aria si hanno nei mesi di
luglio (23,7°C e 23,8°C) e di agosto (23,7°C e 24,1°C), cui seguono,
nel periodo di pre-vendemmia, temperature piu' basse rispetto alle
precedenti, che contribuiscono alla migliore evoluzione qualitativa
aromatica e polifenolica delle uve. I valori medi minimi di
temperatura sono riscontrati in gennaio (6,4°C a 5,5°C) e in dicembre
(6,7°C e 6,4°C).
2) Fattori umani rilevanti per il legame
Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al
territorio. Ad Orvieto tutto profuma di uva e di vino perche' la
coltivazione della vite ne ha da sempre caratterizzato il paesaggio e
l'economia: vigneti curati si dispongono intorno alla rupe in un
disegno armonico dove le linee parallele dei filari si intersecano
con quelle ondulate delle colline. Per la citta', dunque, il vino e'
un'importante risorsa, una peculiarita' distintiva che si protrae
ininterrottamente nei secoli e a testimoniarlo sono l'archeologia,
l'arte, la storia, l'artigianato e la letteratura, tanto che la
produzione dell'Orvieto di qualita' e' stata apprezzata e celebrata
nel tempo da poeti, papi, artisti e viaggiatori.
Ma prima ancora delle parole, il ruolo fondamentale del vino
nella vita quotidiana e nei riti culturali di Orvieto e' attestato
negli importanti dipinti delle tombe etrusche del territorio (seconda
meta' del IV sec. a.C.) e nella ricca varieta' di ceramiche etrusche
e greche destinate alla conservazione, alla mescita e alla
degustazione della celebre bevanda. Gli affreschi della tomba Golini
I, conservati presso il Museo archeologico nazionale di Orvieto,
riproducono le fasi preparatorie del banchetto etrusco dove la
macellazione delle carni e l'accurata sistemazione delle bevande nei
recipienti e dei cibi sulle mense da parte dei servi - tra la frutta
si individua facilmente anche un grappolo d'uva - affiancano il
banchetto vero e proprio. L'incidenza dei fattori umani, nel corso
della storia, e' in particolare riferita alla puntuale definizione
dei seguenti aspetti tecnico produttivi, che costituiscono parte
integrante del vigente disciplinare di produzione:
base ampelografica dei vigneti: i vitigni idonei alla
produzione del vino Rosso Orvietano sono quelli tradizionalmente
coltivati nell'area geografica delimitata dall'art. 3 del presente
disciplinare ed in parte da vitigni catalogati idonei nelle
piattaforme ampelografiche regionali;
le forme di allevamento, i sesti d'impianto e i sistemi di
potatura che, anche per i nuovi impianti, sono quelli tradizionali e
tali da perseguire la migliore e razionale disposizione sulla
superficie delle viti, sia per agevolare l'esecuzione delle
operazioni colturali, sia per consentire la razionale gestione della
chioma, permettendo di ottenere una adeguata superficie fogliare ben
esposta e di contenere le rese di produzione di vino entro i limiti
fissati dal disciplinare (70 hl/ha);
le pratiche relative all'elaborazione dei vini: sono ammesse
soltanto le pratiche enologiche tradizionalmente consolidate
effettuate nell'ambito della zona di produzione e comunque consentite
dalle normative vigenti atte a conferire ai vini le loro peculiari
caratteristiche.
B) Informazioni sulla qualita' o sulle caratteristiche del prodotto
essenzialmente o esclusivamente attribuibili all'ambiente
geografico.
La Doc Rosso Orvietano e' riservata alle seguenti tipologie:
Rosso e con riferimento al nome dei vitigni Aleatico, Cabernet franc,
Cabernet sauvignon, Canaiolo, Ciliegiolo, Merlot, Pinot Nero e
Sangiovese.
Dal punto di vista analitico ed organolettico presentano
caratteristiche molto evidenti e peculiari, descritte all'art. 6 del
disciplinare, che ne permettono una chiara individuazione e
tipicizzazione legata all'ambiente geografico.
C) Descrizione dell'interazione causale fra gli elementi di cui alla
lettera A) e quelli di cui alla lettera B).
Nel 264 a.C. la citta' di Orvieto fu completamente rasa al suolo
dai romani (ultima citta' etrusca da essi conquistata) e fu proibito
a tutti di risalire sull'acrocoro di tufo che tante battaglie era
costato a Roma. La smania distruttiva di Roma fu talmente esasperata,
poiche' nulla doveva ricordare la superba citta' che per secoli aveva
incarnato la potenza e la grandezza etrusca. Fu ribattezzata dai
romani col nome di Vol-Tinii (la citta' dei seguaci del Dio Voltumnus
sconfitto) che evolse poi a Volsinii. Passarono centinaia di anni
prima che, sulla rupe, la civilta' romana permise di creare un nuovo
insediamento abitato. Infatti, solo successivamente fu identificata
come Urbs-Vetus (citta' vecchia) e sembra perche' Roma vi mandasse i
suoi veterani a riposare. Da questo nome derivo' poi Orbiveto, Orbeto
ed infine l'attuale Orvieto. Nel corso della denominazione romana
essa conobbe un periodo di forte oblio dovuto al fatto che venne
isolata sull'alta rupe e decentrata rispetto alle maggiori vie di
comunicazione sia fluviale (porto fluviale di Pagliano eretto per le
ordinarie consegne alla Roma imperiale prima, ed alla Curia romana
nei successivi periodi cristiani) sia terrestre (via Cassia e via
Traiana Nova) non partecipando cosi' all'intensiva vita economica dei
centri del fondo valle.
La rinascita di Orvieto si lego' al momento del disgregamento
dell'Impero, perche' con le mutate condizioni politiche e di
sicurezza la citta' insieme agli altri centri di altura, acquisto' di
nuovo un ruolo decisivo su tutto il territorio, nel senso che le
ripetute e successive ondate di invasioni barbariche (Visigoti, Goti
e Longobardi) costrinsero le popolazioni a rifugiarsi sui colli ed
erigere un sistema di complesse fortificazioni. E' cosi' che, tra il
V e il VI secolo d.C., gli abitanti di Volsinii novi (attuale
Bolsena) ritornarono ad abitare nel loro vecchio insediamento dal
quale erano stati cacciati in eta' romana. La presenza dell'alta rupe
fu una garanzia sufficiente a difendere la citta' e a far nascere
tutto quell'insieme di borghi e castelli che tutt'ora delineano la
mappa del territorio e che hanno costituito il nucleo originario
degli attuali centri dell'Orvietano.
Con la diffusione del Cristianesimo, la nascita dei comuni ed il
loro successivo assoggettamento allo Stato Pontificio non si
verificarono eventi di gran rilievo se non un gran turbine di lotte
interne e travagliate guerre politiche tra le varie famiglie di
nobili locali, il tutto sotto lecita regia della Chiesa. In effetti,
se da un lato il Papato mise in una condizione di lungo oblio la
zona, divenuta meta di villeggiatura di molti pontefici e cardinali,
e' anche vero che i Papi contribuirono in maniera consistente alla
fama ed all'apprezzamento dei vini di Orvieto. In particolare nel
Medioevo e nel Rinascimento fu uno dei vini preferiti alla corte
Pontificia, trovando tra i numerosi estimatori senza freni anche papa
Paolo III Farnese e papa Gregorio XVI.
Fino alla fine del '700 non si verificarono eventi di rilievo,
solo in seguito gli echi della rivoluzione francese determinarono un
certo risveglio culturale concretizzatosi nel 1860 con l'ammissione
di Orvieto nel Regno d'Italia, da qui poi si arriva ai giorni nostri.
Il vino orvietano, che fin dalle origini fu anche nero corposo,
si produceva in ogni dove, ampi e floridi appezzamenti vitati si
trovavano sulla stessa rupe, in orti di convivenze religiose dei
nobili e dei numerosi ortolani, coltivatori diretti in citta' fin dai
primordi del libero comune. Tanto che la zona di piazza Cahen fino ad
oltre la chiesa dei Servi di Maria era denominata «vigna Grande» e
dietro il Duomo si apriva l'ampia zona coltivata a vigna. E'
opportuno sottolineare che molto prima dei filari la vite era
coltivata in alberata pratica diffusasi in tutta l'Etruria, che
consisteva nel coltivare il vitigno maritato a degli alberi vivi di
sostegno, come olmi, olivi e querce. Intorno alla meta' del XVII sec.
fu inserita la palizzata come sostegno delle viti, piantate, a
partire da allora intensivamente a filari.
Il riconoscimento della denominazione di origine controllata si
e' avuto con il d.d. 31 agosto 1998.
Sperimentazioni
La sperimentazione sui vitigni della DOC Rosso Orvietano ha fatto
emergere la buona adattabilita' di questi vitigni all'ambiente
orvietano e, nonostante le differenti tipologie di suolo presenti nel
comprensorio, le produzioni ettariali sono consoni al rispetto del
disciplinare di produzione e la maturita' tecnologica delle uve,
salvo casi sporadici, risulta ottimale.
Conclusioni
L' area della DOC Rosso Orvietano si sovrappone alla DOC Orvieto
in Provincia di Terni.
L'analisi delle produzioni ottenute negli ultimi anni, sia di uva
che di vino, evidenzia una situazione stabile nel tempo con una media
di circa 5.000hl di vino prodotto ogni anno.
Questo a testimonianza di come l'uomo e' intervenuto sul
territorio nel corso dei secoli per il mantenimento del prodotto.
Tramandando di generazione in generazione le tradizionali tecniche di
coltivazione che, grazie al progresso scientifico e alla
professionalita' degli operatori, a contributo ad accrescere qualita'
ed immagine dei vini del comprensorio orvietano.