N. 125 ORDINANZA (Atto di promovimento) 17 luglio 2023

Ordinanza  del  17  luglio  2023  del  Tribunale   di   Firenze   nel
procedimento penale a carico di H. S.. 
 
Reati e pene - Depenalizzazione a norma della legge di delega  n.  67
  del 2014 - Depenalizzazione  di  reati  puniti  con  la  sola  pena
  pecuniaria - Esclusione della depenalizzazione dei reati di cui  al
  d.lgs. n. 286 del 1998. 
- Decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8 (Disposizioni in  materia
  di depenalizzazione, a norma dell'articolo 2, comma 2, della  legge
  28 aprile 2014, n. 67), art. 1, comma 4. 
In subordine: Reati e pene - Abrogazioni di reati a norma della legge
  di delega n. 67 del 2014 - Mancata previsione dell'abrogazione, con
  trasformazione  in  illecito  amministrativo,  del  reato  di   cui
  all'art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998. 
- Decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7 (Disposizioni in  materia
  di abrogazione di reati e introduzione  di  illeciti  con  sanzioni
  pecuniarie civili, a norma dell'articolo 2, comma 3, della legge 28
  aprile 2014, n. 67), art. 1. 
In via conseguenziale: Reati e pene - Ingresso e  soggiorno  illegale
  nel territorio dello Stato - Previsione  dell'ammenda  da  5.000  a
  10.000 euro anziche'  della  sanzione  amministrativa  da  5.000  a
  10.000 euro. 
- Decreto legislativo 25 luglio  1998,  n.  286  (Testo  unico  delle
  disposizioni concernenti la disciplina  dell'immigrazione  e  norme
  sulla condizione dello straniero), art. 10-bis. 
(GU n.40 del 4-10-2023 )
 
                        TRIBUNALE DI FIRENZE 
                        Prima Sezione penale 
 
    Il Giudice, dott. Franco Attina', nel procedimento sopra indicato
a carico di H. S., nato in ... i1 ... (C.U. ...); 
    difeso di fiducia dall'avv. Niccolo' Lombardi Sernesi del Foro di
Firenze (nomina depositata all'udienza dinanzi al giudice di pace del
15 novembre 2021); 
    notifiche presso il difensore ex art.  161,  comma  4  codice  di
procedura penale (nel verbale del 16 luglio 2019 non era in grado  di
eleggere un domicilio); 
    ammesso al Patrocinio a  spese  dello  Stato  (provvedimento  del
giudice di pace del 10 gennaio 2023; istanza dep. 3 dicembre 2021); 
    imputato del seguente reato: 
        art. 10-bis decreto legislativo 25 luglio 1998 n.  286  (come
inserito dall'art. 1, comma 16, lettera a), legge 15 luglio 2009,  n.
94) perche' faceva ingresso nel territorio dello Stato in  violazione
delle norme contenute nel testo unico citato. 
    In ... accertato il ... 
    sentite le parti; 
    premesso che: 
        con decreto del pubblico ministero emesso il 23 marzo 2020 H.
S. - cittadino tunisino - era citato dinanzi al giudice  di  pace  di
Firenze per rispondere del reato ex art. 10-bis  decreto  legislativo
n. 286/1998, in ipotesi commesso entrando nel territorio dello  Stato
italiano in violazione delle norme di cui al decreto  legislativo  n.
286/1998 (reato accertato il ...); 
        all'esito del processo di primo grado il giudice di  pace  di
Firenze con sentenza n. 1299/2022 del 14 novembre 2022  (dep.  il  29
novembre 2022)  condannava  l'imputato  alla  pena  di  euro  ...  di
ammenda; ai  sensi  degli  articoli  62-bis  decreto  legislativo  n.
274/2000 e 16 decreto legislativo n.  286/1998  il  giudice  di  pace
disponeva  «la  sostituzione  della  pena  inflitta  con  la   misura
dell'espulsione immediata dal territorio nazionale,  per  un  periodo
non inferiore ad anni 5»; 
        avverso detta sentenza proponeva appello in data 22  dicembre
2022 il difensore dell'imputato:  senza  contestare  il  giudizio  di
responsabilita' dell'imputato, con un unico motivo lamentava  che  il
giudice di pace avesse disposto la citata  sostituzione  dell'ammenda
con l'espulsione dal territorio nazionale  senza  motivare  in  alcun
modo circa la sussistenza  di  un  pericolo  di  fuga  dell'imputato,
condizione  indefettibile  per  la  citata  sostituzione  secondo  la
direttiva UE 2008/115 e la giurisprudenza di  legittimita';  chiedeva
quindi che, in riforma della pronuncia di primo grado,  il  Tribunale
applicasse unicamente la  pena  pecuniaria,  eliminando  la  sanzione
sostitutiva dell'espulsione; 
        all'udienza  odierna  le  parti  illustravano  le  rispettive
conclusioni:  il  pubblico  ministero  chiedeva  la  conferma   della
sentenza di primo grado; il  difensore  si  riportava  ai  motivi  di
appello. 
    Rilevato che: 
        l'appello   proposto   dal   difensore    dell'imputato    e'
ammissibile; 
        in particolare, come sottolineato dallo stesso difensore,  la
giurisprudenza di  legittimita'  ha  chiarito  che  «La  sentenza  di
condanna emessa del giudice di pace in relazione al reato di ingresso
e soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello  Stato  con
applicazione  della  misura  dell'espulsione  a  titolo  di  sanzione
sostitutiva della pena pecuniaria e' appellabile  e  non  ricorribile
per cassazione» (Cass. Sez. 1, sentenza n. 49871 del 28 ottobre  2015
Rv. 265417-01); 
        come ricostruito nella sentenza di primo grado, l'imputato si
e' reso responsabile del reato ascritto; 
        ai  fini  della  pronuncia  in  questa  sede  nei   confronti
dell'imputato  pare  necessario   il   pronunciamento   della   Corte
Costituzionale in  ordine  alla  legittimita'  costituzionale  -  per
violazione dell'art.  76  Cost.  -  dell'art.  1,  comma  4,  decreto
legislativo n. 8/2016 nella parte in cui prevede che la  disposizione
del comma 1 dello stesso art. 1, decreto legislativo n. 8/2016 non si
applichi ai reati di cui al decreto legislativo 25  luglio  1998,  n.
286; in subordine, dell'art. 1 decreto legislativo  n.  7/2016  nella
parte in cui non prevede l'abrogazione,  trasformandolo  in  illecito
amministrativo,  del  reato  previsto   dall'art.   10-bis,   decreto
legislativo 25 luglio 1998,  n.  286,  e  conseguentemente  dell'art.
10-bis decreto decreto legislativo n. 286/1998  nella  parte  in  cui
prevede la pena dell'ammenda da  5.000  a  10.000  euro  anziche'  la
sanzione amministrativa da 5.000 a 10.000 euro. 
    Cio' premesso; 
 
                               Osserva 
 
    1. Il procedimento a quo. La rilevanza delle questioni. 
    1.1 L'imputato e' accusato  del  reato  ex  art.  10-bis  decreto
legislativo n. 286/1998 per avere fatto ingresso nel territorio dello
Stato  italiano  in  violazione  delle  norme  di  cui   al   decreto
legislativo n. 286/1998 (reato accertato il ...). 
    1.2 Nel corso del  giudizio  di  primo  grado  era  accertata  la
responsabilita' dell'imputato per il reato di ingresso nel territorio
dello Stato in violazione delle norme di cui al  decreto  legislativo
n. 286/1998: sottoposto ad un controllo in strada a ... in data ... ,
egli  risultava  privo  di  documenti  identificativi;  i  successivi
accertamenti da parte della polizia giudiziaria evidenziavano come lo
stesso fosse privo di titolo  per  l'ingresso  e  la  permanenza  sul
territorio  italiano;  come   affermato   dalla   giurisprudenza   di
legittimita', «Ai fini della configurabilita' del reato  di  ingresso
illegale  nel  territorio  dello  Stato  e'  sufficiente  fornire  la
dimostrazione che il cittadino extracomunitario sia sprovvisto di  un
titolo legittimante l'ingresso o soggiorno, ovvero che questo non sia
in grado di allegare detta documentazione» (cosi' Cassazione sez. 1 -
sentenza n. 1405 del 26 novembre 2019 Rv. 277920 - 01;  nello  stesso
senso anche Cassazione sez. I, sentenza n. 31998 del 17  maggio  2013
Rv. 256503 - 01); «Dunque, per  non  incorrere  nell'affermazione  di
responsabilita' penale, incombe sul soggetto extracomunitario l'onere
di dimostrare l'esistenza  di  un  titolo  di  ingresso  o  soggiorno
legittimante il suo ingresso o la sua permanenza nello Stato»  (cosi'
Cassazione sez. 7, ordinanza n. 46354 del 2022). 
    Alla luce  di  quanto  precede  e'  evidente  la  responsabilita'
dell'imputato per il fatto ascritto, responsabilita'  che  d'altronde
non e' contestata neppure nell'atto di appello (che censura  solo  il
profilo  della  sostituzione  dell'ammenda   con   l'espulsione   dal
territorio nazionale), per cui si dovrebbe confermare  sul  punto  la
condanna pronunciata in primo grado. 
    Di qui la rilevanza della questione circa la natura  di  reato  o
piuttosto di illecito amministrativo del fatto in contestazione. 
    1.3 Con la questione qui sollevata in via  principale  si  chiede
alla   Corte   costituzionale    di    dichiarare    l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 4, decreto  legislativo  n.  8/2016
nella parte in cui prevede che la  disposizione  del  comma  1  dello
stesso art. 1 decreto legislativo n. 8/2016 non si applichi ai  reati
di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. 
    Ove la questione fosse accolta, la norma dell'art.  1,  comma  1,
decreto legislativo n. 8/2016 - secondo cui «Non costituiscono  reato
e sono soggette alla sanzione amministrativa  del  pagamento  di  una
somma di denaro tutte le violazioni per le quali e' prevista la  sola
pena della multa o dell'ammenda»  -  troverebbe  quindi  applicazione
anche ai reati di  cui  al  decreto  legislativo  n.  286/1998  e  in
particolare al fatto ora in  contestazione  di  cui  all'art.  10-bis
decreto legislativo n. 286/1998. 
    La sanzione per l'illecito di ingresso e soggiorno  illegale  nel
territorio  dello  Stato  verrebbe  quindi  ad  essere   disciplinata
dall'art. 1, comma 5, decreto legislativo n. 8/2016 secondo  cui  «La
sanzione amministrativa pecuniaria, di cui al primo comma,  e'  cosi'
determinata: a) da euro 5.000 a euro 10.000 per i reati puniti con la
multa o l'ammenda non superiore nel massimo a euro 5.000; b) da  euro
5.000 a euro 30.000 per i reati puniti con la multa o  l'ammenda  non
superiore nel massimo a euro 20.000; c) da euro 10.000 a euro  50.000
per i reati puniti con la multa o l'ammenda superiore nel  massimo  a
euro 20.000». 
    In definitiva, ove la questione  fosse  accolta,  questo  giudice
dovrebbe ai sensi dell'art.  9  decreto  legislativo  n.  8/2016,  in
riforma della  sentenza  di  primo  grado,  pronunciare  sentenza  di
assoluzione perche' il fatto non e' piu' previsto  dalla  legge  come
reato  e  disporre   la   trasmissione   degli   atti   all'autorita'
amministrativa competente. 
    E' bene osservare  che  la  depenalizzazione  del  reato  sarebbe
rilevabile dal giudice anche d'ufficio. Il principio e' affermato  in
modo costante dalla giurisprudenza di legittimita'  (cfr.  Cassazione
sez. 5, sentenza  n.  1787  del  22  settembre  2016  Rv.  268753-01,
Cassazione sez. 5, sentenza n. 27821 del 19 aprile 2017 Rv. 270378  -
01, Cassazione sez. 5, sentenza n.  39764  del  29  maggio  2017  Rv.
271850 - 01; Cassazione sez. 5, sentenza n. 21923 del 3  aprile  2018
Ud. Rv. 273191 - 01; Cassazione sez. 2 - , sentenza n. 48552  del  10
settembre 2018 Rv. 274241 - 01),  al  cui  interno  le  pronunzie  si
distinguono solo con riguardo alla rilevabilita'  o  meno  anche  nel
caso di  inammissibilita'  dell'impugnazione  per  alcune  specifiche
cause:    pare     preferibile     l'orientamento     secondo     cui
«L'inammissibilita' del ricorso per cassazione  per  qualunque  causa
verificatasi  non  impedisce  la  possibilita'   di   dichiarare   la
depenalizzazione del reato  nel  frattempo  intervenuta»  (in  questo
senso, tra le altre, Cassazione sez.  5,  sentenza  n.  1787  del  22
settembre 2016  Rv.  268753  -  01,  relativa  proprio  ad  un  reato
depenalizzato dal decreto legislativo n. 8/2016); in ogni  caso,  nel
presente procedimento detta distinzione  non  rileva  posto  che  non
ricorrono cause d'inammissibilita' dell'appello. 
    Spetterebbe poi all'autorita' amministrativa il compito  di  dare
attuazione  al  disposto  -  ispirato  al  principio  di   legalita',
considerata la natura comunque punitiva dell'illecito  amministrativo
- di cui all'art. 8, comma 3, decreto legislativo n.  8/2016  secondo
cui «Ai fatti commessi prima della data  di  entrata  in  vigore  del
presente   decreto   non   puo'   essere   applicata   una   sanzione
amministrativa pecuniaria per un importo superiore al  massimo  della
pena originariamente inflitta per il reato, tenuto conto del criterio
di ragguaglio di cui all'art. 135 del codice penale». 
    1.4 Ad analogo esito questo  giudice  dovrebbe  giungere  qualora
fosse accolta la questione sollevata in via subordinata, con la quale
si chiede alla Corte costituzionale  di  dichiarare  l'illegittimita'
costituzionale dell'art. l decreto legislativo n. 7/2016 nella  parte
in  cui  non  prevede  l'abrogazione,  trasformandolo   in   illecito
amministrativo,  del  reato   previsto   dall'art.   10-bis   decreto
legislativo n. 25 luglio 1998, n. 286. 
    Ove detta questione fosse accolta,  questo  giudice,  in  riforma
della pronuncia di primo  grado,  dovrebbe  pronunciare  sentenza  di
assoluzione perche' il fatto non e' previsto dalla legge come reato. 
    L'applicazione della  sanzione  amministrativa  non  rientrerebbe
nella competenza di questo giudice, per cui l'entita' della  sanzione
non e' strettamente rilevante  ai  fini  del  presente  processo  (si
ritiene comunque che la previsione piu' ragionevole - in  assenza  di
altri parametri di riferimento nell'ambito del decreto legislativo n.
7/2016 - sarebbe quella di  una  sanzione  amministrativa  pecuniaria
compresa tra euro 5.000 ed euro 10.000). 
    2. Non manifesta infondatezza: la violazione dell'art. 76 Cost. 
    2.0 Questo giudice sospetta  dell'illegittimita'  costituzionale,
per violazione dell'art.  76  Cost.,  dell'art.  1  comma  4  decreto
legislativo n. 8/2016 nella parte in cui prevede che la  disposizione
dell'art. l, comma 1, decreto legislativo n. 8/2016 non  si  applichi
ai reati di cui al decreto legislativo n. 286/1998, nonche' dell'art.
1 decreto legislativo n.  7/2016  nella  parte  in  cui  non  prevede
l'abrogazione, trasformandolo in illecito amministrativo,  del  reato
previsto dall'art. 10-bis decreto legislativo n. 286/1998. 
    Le due questioni presentano significativi  profili  di  analogia;
quindi - per quanto sollevate la prima in via principale, la  seconda
in via subordinata - verranno trattate congiuntamente nell'ambito del
presente paragrafo. 
    Occorre infine premettere  che  una  questione  per  certi  versi
simile e' stata  sollevata  dal  giudice  di  pace  di  Macerata  con
ordinanza del 5 dicembre 2017,  ma  la  stessa  e'  stata  dichiarata
manifestamente inammissibile con ordinanza della Corte costituzionale
n. 64 del 2019 per vizi inerenti alla descrizione  della  fattispecie
concreta e alla motivazione circa  la  rilevanza;  lo  scrutinio  del
merito della questione e' risultato quindi precluso alla Corte. 
    2.1 La legge 28 aprile 2014 n. 67 - nell'ambito di una piu' ampia
riforma ispirata ad una logica di ricorso minimo al diritto penale  e
di razionalizzazione del sistema  giustizia  -  all'art.  2  comma  1
delegava il Governo «ad adottare, entro i termini e con le  procedure
di cui ai commi 4 e 5, uno o piu' decreti legislativi per la  riforma
della  disciplina  sanzionatoria  dei  reati  e  per  la  contestuale
introduzione di sanzioni amministrative  e  civili,  in  ordine  alle
fattispecie e secondo i principi e criteri direttivi specificati  nei
commi 2 e 3». 
    I successivi comma 2 e 3 delineavano poi  differenti  principi  e
criteri  direttivi  in  relazione  alla  riforma   della   disciplina
sanzionatoria delle fattispecie previste nell'ambito dei due  singoli
commi sopra specificati. 
    2.2 In particolare l'art. 2 comma 2 cosi' recitava: 
        «La riforma della disciplina sanzionatoria nelle  fattispecie
di cui al presente comma e' ispirata ai seguenti principi  e  criteri
direttivi: 
          a) trasformare in illeciti amministrativi tutti i reati per
i quali e' prevista la sola  pena  della  multa  o  dell'ammenda,  ad
eccezione delle seguenti materie: 
1) edilizia e urbanistica; 
2) ambiente, territorio e paesaggio; 
3) alimenti e bevande; 
4) salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; 
5) sicurezza pubblica; 
6) giochi d'azzardo e scommesse; 
7) armi ed esplosivi; 
8) elezioni e finanziamento ai partiti; 
9) proprieta' intellettuale e industriale; 
          b) [...]; 
          c) [...]; 
          d) [...]; 
          e)  prevedere,  per  i  reati   trasformati   in   illeciti
amministrativi, sanzioni adeguate e proporzionate alla gravita' della
violazione,  alla  reiterazione   dell'illecito,   all'opera   svolta
dall'agente per l'eliminazione o attenuazione delle sue  conseguenze,
nonche'  alla  personalita'  dello  stesso  e  alle  sue   condizioni
economiche; prevedere come sanzione principale il  pagamento  di  una
somma compresa tra un minimo di euro 5.000  ed  un  massimo  di  euro
50.000; prevedere, nelle  ipotesi  di  cui  alle  lettere  b)  e  d),
l'applicazione  di  eventuali  sanzioni   amministrative   accessorie
consistenti nella sospensione di  facolta'  e  diritti  derivanti  da
provvedimenti dell'amministrazione; 
          f)  indicare,  per  i   reati   trasformati   in   illeciti
amministrativi, quale  sia  l'autorita'  competente  ad  irrogare  le
sanzioni di cui alla lettera e), nel rispetto dei criteri di  riparto
indicati nell'art. 17 della legge 24 novembre 1981, n. 689; 
          g) prevedere, per i casi in  cui  venga  irrogata  la  sola
sanzione pecuniaria, la possibilita' di  estinguere  il  procedimento
mediante il pagamento, anche rateizzato,  di  un  importo  pari  alla
meta' della stessa». 
    2.3 Il successivo comma 3 dell'art. 2 (legge  n.  67/2014)  cosi'
recitava: 
        «La riforma della disciplina sanzionatoria nelle  fattispecie
di cui al presente comma e' ispirata ai seguenti principi  e  criteri
direttivi: 
          a) abrogare i reati previsti  dalle  seguenti  disposizioni
del codice penale [...]; 
          b) abrogare, trasformandolo in illecito amministrativo,  il
reato previsto dall'art. 10-bis del testo  unico  delle  disposizioni
concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla  condizione
dello straniero, di cui al decreto legislativo  25  luglio  1998,  n.
286, conservando rilievo  penale  alle  condotte  di  violazione  dei
provvedimenti amministrativi adottati in materia; 
          c) fermo il diritto al risarcimento  del  danno,  istituire
adeguate sanzioni pecuniarie civili in relazione ai reati di cui alla
lettera a); 
          d) prevedere una  sanzione  pecuniaria  civile  che,  fermo
restando  il  suo  carattere  aggiuntivo  rispetto  al   diritto   al
risarcimento del danno dell'offeso, indichi tassativamente: 
1) le condotte alle quali si applica; 
2) l'importo minimo e massimo della sanzione; 
3) l'autorita' competente ad irrogarla; 
          e) prevedere che le  sanzioni  pecuniarie  civili  relative
alle condotte  di  cui  alla  lettera  a)  siano  proporzionate  alla
gravita'   della   violazione,   alla   reiterazione   dell'illecito,
all'arricchimento  del  soggetto   responsabile,   all'opera   svolta
dall'agente per l'eliminazione o attenuazione delle sue  conseguenze,
nonche'  alla  personalita'  dello  stesso  e  alle  sue   condizioni
economiche». 
    2.4 In definitiva, sia  il  secondo  comma  sia  il  terzo  comma
dell'art. 2, legge n. 67/2014 prevedevano - con  tecniche  diverse  -
che il legislatore delegato depenalizzasse il reato  ex  art.  10-bis
decreto legislativo n. 286/1998: l'art. 2  comma  2  prevedendo  alla
lettera  a)  in  via   generale   la   trasformazione   in   illeciti
amministrativi di tutti i reati per i quali era prevista la sola pena
pecuniaria (per il  reato  ex  art.  10-bis  decreto  legislativo  n.
286/1998 e' prevista la sola pena dell'ammenda da 5.000 euro a 10.000
euro) e facendo salve alcune materie tra le  quali  non  e'  compresa
quella dell'immigrazione; l'art. 2 comma 3  prevedendo  espressamente
alla  lettera  b)  l'abrogazione,  con  trasformazione  in   illecito
amministrativo,  del  reato   previsto   dall'art.   10-bis   decreto
legislativo n. 286/1998, conservando viceversa  rilievo  penale  alle
condotte di violazione dei provvedimenti amministrativi  adottati  in
materia. 
    2.5 Il Governo disattendeva i citati principi direttivi tanto nel
decreto legislativo n. 8/2016, con cui dava attuazione alla delega di
cui all'art. 2 legge n. 67/2014  con  riguardo  al  citato  comma  2,
quanto nel decreto legislativo n.  7/2016,  con  cui  viceversa  dava
attuazione alla delega in relazione all'art. 2, comma 3. 
    2.5.1 In particolare il decreto legislativo n. 8/2016 all'art.  1
comma 1, ricalcando il testo dell'art. 2, comma 2, lettera a),  legge
n. 67/2014, prevedeva che «Non costituiscono reato  e  sono  soggette
alla sanzione amministrativa del pagamento di  una  somma  di  denaro
tutte le violazioni per le quali e' prevista la sola pena della multa
o dell'ammenda». 
    Lo stesso art. 1 al  successivo  comma  3  escludeva  dall'ambito
applicativo della citata depenalizzazione i reati previsti dal codice
penale (in ossequio a quanto previsto dall'art. 2, comma  2,  lettera
a, legge n. 67/2014 e fatto salvo quanto poi previsto dal  successivo
art. 2 decreto legislativo n. 8/2016) e i reati compresi  nell'elenco
allegato allo stesso decreto legislativo (di cui alle materie oggetto
di espressa eccezione da parte dell'art. 2, comma 2, lettera a, legge
n. 67/2014: edilizia e urbanistica; ambiente, territorio e paesaggio;
alimenti  e  bevande;  salute  e  sicurezza  nei  luoghi  di  lavoro;
sicurezza pubblica; giochi d'azzardo e scommesse; armi ed  esplosivi;
elezioni e  finanziamento  ai  partiti;  proprieta'  intellettuale  e
industriale). 
    Il successivo quarto comma dell'art.  1  decreto  legislativo  n.
8/2016 introduceva  un  ulteriore  eccezione  all'ambito  applicativo
della depenalizzazione: «La disposizione del comma 1 non  si  applica
ai reati di cui al decreto legislativo 25  luglio  1998  n.  286».  A
differenza di quelle previste al precedente comma 3 si  tratta  pero'
di un'eccezione che non era contemplata nella legge delega e che anzi
- come si vedra' - contraddice il percorso  dei  lavori  parlamentari
che avevano condotto all'approvazione della legge n. 67/2014. 
    La relazione di accompagnamento alle  Camere,  per  l'espressione
del previsto parere, dello schema di  decreto  legislativo  (Atto  di
Governo n. 245) cosi'  motivava  la  scelta  di  non  procedere  alla
depenalizzazione del reato ex  art.  10-bis  decreto  legislativo  n.
286/1998 (e di due ulteriori reati): «le  ragioni  politiche  sottese
alla scelta di  non  attuare  le  direttive  di  depenalizzazione  in
riguardo ai sopra menzionati reati sono di agevole  comprensione:  si
tratta di fattispecie che intervengono su materia "sensibile" per gli
interessi  coinvolti,  in  cui  lo  strumento  penale   appare   come
indispensabile  per  la  migliore  regolazione  del   conflitto   con
l'ordinamento innescato dalla commissione della violazione». 
    Considerazioni  simili   erano   poi   svolte   nella   relazione
illustrativa del decreto legislativo n. 8/2016. 
    2.5.2 Analogamente il decreto legislativo n. 7/2016 -  pur  dando
attuazione alla delega con  riguardo  alle  previsioni  dell'art.  2,
comma 3, legge n. 67/2014 nel cui ambito alla lettera b) era prevista
espressamente tra i principi e criteri  direttivi  l'abrogazione  con
trasformazione in illecito amministrativo, del reato ex  art.  10-bis
decreto legislativo n. 286/1998 - ometteva ogni  riferimento  a  tale
reato. 
    2.6 Ad avviso di chi scrive il  Governo  in  entrambi  i  decreti
legislativi ha violato i principi e criteri direttivi  fissati  dalla
legge delega: nel decreto legislativo n. 8/2016 con riguardo all'art.
2, comma 2, lettera a), legge n. 67/2014 e nel decreto legislativo n.
7/2016 con riguardo  all'art.  2,  comma  3,  lettera  b),  legge  n.
67/2014. 
    2.7  Il  Legislatore   delegato   nella   citata   relazione   di
accompagnamento dello schema  di  decreto  legislativo  (che  sarebbe
diventato  il  decreto  legislativo  n.  8/2016)   nella   dichiarata
consapevolezza dei possibili dubbi di  illegittimita'  costituzionale
ha  cercato  di  fugarli  sostenendo  che  «ciascuna  previsione   di
depenalizzazione  ha  autonomia   strutturale   rispetto   all'intero
contesto di prescrizioni impartite al legislatore  delegato.  Questi,
pertanto, nel momento in cui ritiene di svolgere una precisa  opzione
di opportunita' politica, non esercitando la delega  in  riguardo  ad
uno o piu' dei reati oggetto delle  previsioni  di  depenalizzazione,
da' luogo ad un parziale  recepimento  della  stessa,  per  esercizio
frazionato del potere devolutogli che non intacca la conformita' alle
direttive nella parte in cui, invece, la delega e' attuata». 
    La Commissione giustizia della Camera, nel formulare  il  proprio
parere sullo schema di  decreto  legislativo,  condivideva  l'assunto
secondo cui si sarebbe trattato non di  violazione  dei  principi  di
delega, bensi' di mancato esercizio della  delega  su  uno  specifico
punto; esprimeva comunque parere favorevole a  condizione  che  fosse
trasformato in illecito amministrativo il  reato  previsto  dall'art.
10-bis decreto legislativo n. 286/1998, secondo quanto previsto dalla
legge delega. 
    Il decreto legislativo n. 8/2016, come si e'  gia'  sottolineato,
non procedeva comunque alla citata depenalizzazione (1) 
    2.8  La  tesi  sostenuta  dal  Legislatore  delegato   non   pare
persuasiva. 
    Nel caso in esame, infatti,  non  viene  in  rilievo  un  mancato
esercizio della delega ne' un esercizio solo parziale  della  stessa,
cio' che «non comporta di per se' violazione degli articoli 76  e  77
della Costituzione (sentenze n. 218 del 1987 e n. 41 del 1975), salvo
che cio' non determini uno stravolgimento della legge di delegazione»
(sentenza della Corte costituzionale n. 149 del 2005). 
    A venire in rilievo e' viceversa la violazione di  uno  specifico
principio e criterio direttivo fissato dalla legge delega, quello  di
cui all'art. 2, comma 2, lettera a), legge n. 67/2014. 
    2.9 Al fine di valutare la conformita' del decreto legislativo al
parametro interposto  di  costituzionalita'  costituito  dalla  legge
delega,  «e'  richiesto  lo  svolgimento  di  un   duplice   processo
ermeneutico, condotto in parallelo: l'uno, concernente la  norma  che
determina l'oggetto, i principi e i criteri direttivi  della  delega;
L'altro,  relativo  alla  norma   delegata,   da   interpretare   nel
significato  compatibile  con  questi  ultimi.  Nel  determinare   il
contenuto della delega si deve tenere conto del complessivo  contesto
normativo nel quale si inseriscono  la  legge  delega  e  i  relativi
principi  e  criteri  direttivi,  nonche'  delle  finalita'  che   la
ispirano, che costituiscono non solo la base e il limite delle  norme
delegate, ma anche gli strumenti  per  l'interpretazione  della  loro
portata» (sentenza n. 153 del 2014). 
    Nel caso in esame l'attenzione si deve concentrare in particolare
sulla  legge  delega,  piu'  agevole  essendo  l'interpretazione  del
decreto delegato. 
    2.10 Un primo argomento nel senso  che  la  depenalizzazione  dei
reati in materia di immigrazione puniti con la sola  pena  pecuniaria
costituisse uno dei principi e criteri direttivi fissati dalla  legge
n. 67/2014 si ricava dal tenore  letterale  della  legge  delega.  E'
infatti  l'art.  2,  comma  2,  legge  n.   67/2014   a   qualificare
espressamente come «principi e criteri direttivi» le indicazioni date
nel successivo elenco, tra cui - alla lettera a) - la  trasformazione
in illeciti amministrativi di tutti i reati puniti con la  sola  pena
pecuniaria, ad eccezione di quelli di cui alle materie ivi  enumerate
(tra le quali non figura quella dell'immigrazione). 
    2.11 Che si tratti di  violazione  di  un  principio  e  criterio
direttivo emerge anche  da  un'ulteriore  considerazione,  di  ordine
logico-concettuale:  il  legislatore  delegato  non  ha   omesso   di
esercitare in parte la delega,  ma  ha  esercitato  compiutamente  la
stessa in relazione all'art. 2, comma 2, legge n. 67/2014, prevedendo
all'art. 1, comma 1, decreto legislativo n. 8/2016 la  trasformazione
in illeciti amministrativi di tutti i reati puniti con la  sola  pena
pecuniaria - cosi' ricalcando il testo dell'art. 2, comma 2,  lettera
a) - salvo  introdurre  arbitrariamente  un'eccezione  ulteriore  (la
materia dell'immigrazione) rispetto a  quelle  previste  dalla  legge
delega. 
    2.12 Utili elementi si traggono altresi' dai  lavori  preparatori
della legge delega. 
    Per la parte in esame la legge delega traeva origine dal  disegno
di legge A.S. 110, d'iniziativa dei senatori Palma  e  Caliendo,  che
prevedeva  all'art.  2  lettera  a)  la  trasformazione  in  illeciti
amministrativi di tutti i reati per i quali era prevista la sola pena
della multa o dell'ammenda, ad eccezione delle materie ivi  elencate,
tra le quali - al n. 3) - figurava quella dell'immigrazione. 
    In Commissione in sede referente il disegno di legge in questione
era congiunto ad altri disegni di legge  aventi  la  medesima  logica
ispiratrice, vale a  dire  l'attuazione  del  principio  del  ricorso
minimo al diritto penale e la razionalizzazione e  accelerazione  dei
tempi del processo penale; in particolare era assunto a testo base il
disegno di legge  925  (d'iniziativa  della  deputata  Ferranti  piu'
altri). Nel testo del  ddl  925  confluiva  attraverso  l'emendamento
1.0.100 il testo del ddl 110. 
    Nel  corso  della  seduta  del  9  ottobre  2013,  tuttavia,  era
approvato il subemendamento 1.0.100/5  che  prevedeva  -  nell'ambito
dell'emendamento 1.0.100 - la soppressione, al comma  2  lettera  a),
del numero 3).  La  materia  dell'immigrazione  era  cioe'  eliminata
dall'elenco  di  materie  per  le  quali  non   doveva   operare   la
trasformazione in illecito amministrativo dei  reati  puniti  con  la
sola pena pecuniaria. Lo stesso  subemendamento  1.0.100/5  prevedeva
inoltre  che  al  comma  3,  dopo  la  lettera  a),  fosse   prevista
l'abrogazione  dei   reati   previsti   dall'art.   10-bis)   decreto
legislativo n. 286/1998. 
    Nel corso del successivo dibattito assembleare ampio  spazio  era
dedicato alla depenalizzazione/abolizione dei  reati  in  materia  di
immigrazione. 
    Dai resoconti stenografici si evince come il punto  in  questione
avesse assunto un'importanza essenziale nell'ambito della  delega  al
Governo, sia sul piano strettamente contenutistico, sia su quello del
risalto immediato da dare o meno all'abolizione/depenalizzazione  del
reato di cui all'art. 10-bis) decreto legislativo n. 286/1998. 
    Era infatti espressamente evidenziato - a piu' riprese (si vedano
tra gli altri, gli interventi del senatore  Palma,  presentatore  del
ddl 110, (2) e del senatore Casson, relatore di maggioranza (3)  )  -
che   l'eliminazione   operata   in   Commissione    della    materia
dell'immigrazione dall'elenco delle materie oggetto di esclusione  da
parte dell'art. 2, comma 2, lett.  a)  rendeva  ultronea  un'espressa
previsione - all'art. 2, comma 3, lettera b) - concernente  il  reato
di  cui   all'art.   10-bis)   decreto   legislativo   n.   286/1998.
Ciononostante,  si  decideva  di  mantenere  in  vita   entrambe   le
previsioni e - nell'ambito della seduta del 21  gennaio  2014  -  era
approvato l'emendamento 2.800 presentato dal Governo, per effetto del
quale all'art. 2, comma 3, lettera b),  si  prevedeva  l'abrogazione,
con trasformazione in illecito  amministrativo,  del  reato  ex  art.
10-bis decreto legislativo n. 286/1998, fatto salvo il rilievo penale
delle  condotte  di  violazione  dei   provvedimenti   amministrativi
adottati in materia. 
    Da tale ricostruzione emerge, in definitiva, come il  tema  della
depenalizzazione del reato ex  art.  10-bis  decreto  legislativo  n.
286/1998 sia stato uno di  quelli  piu'  centrali  nell'ambito  della
discussione assembleare  e  avesse  assunto  una  valenza  essenziale
nell'economia della legge delega. 
    2.13 Del resto, la depenalizzazione del  reato  in  questione  (e
degli altri reati in materia di immigrazione puniti con la sola  pena
pecuniaria)  rispondeva   perfettamente   alla   logica   ispiratrice
dell'intera legge n. 67/2014, vale a dire l'attuazione del  principio
del ricorso  minimo  al  diritto  penale  e  la  razionalizzazione  e
accelerazione dei tempi del processo penale. 
    Come sottolineato in vari  interventi  nel  corso  del  dibattito
parlamentare (4) , la previsione come reato dei fatti di cui all'art.
10-bis decreto legislativo n. 286/1998 appariva unicamente  come  una
fonte di aggravi per gli uffici giudiziari: da tempo la dottrina e  i
pratici delle aule  di  Tribunale  avevano  infatti  evidenziato  che
l'espulsione dello straniero irregolare sul territorio poteva  essere
eseguita anche in via amministrativa e che le  ammende  previste  per
tale reato erano destinate a rimanere solo sulla carta (5) . 
    2.14 Puo' giovare infine richiamare quanto osservato dalla  Corte
costituzionale nella sentenza n. 223/2019. 
    Il giudice rimettente lamentava che - in violazione dei  principi
e  criteri  direttivi  della  legge  delega  n.  103/2017  (6)  -  il
legislatore delegato con il decreto legislativo n. 36/2018 non avesse
previsto  la  procedibilita'  a  querela  per  il  reato  di  lesioni
personali stradali di cui all'art. 590-bis, comma 1, c.p., pur punito
con una  pena  compresa  nella  forbice  edittale  per  la  quale  il
legislatore delegante aveva previsto l'introduzione della  condizione
di procedibilita' della querela. 
    L'    Avvocatura    dello    Stato,    intervenendo,     eccepiva
l'inammissibilita' della questione ritenendo che il  giudice  a  quo,
dolendosi di un «eccesso  di  delega  in  minus»,  avesse  omesso  di
considerare il  margine  di  discrezionalita'  spettante  al  Governo
nell'esercizio della delega. 
    La Corte, prima di  esaminare  il  merito  della  questione  (che
avrebbe poi ritenuto non fondata), rilevava: 
        «il giudice rimettente non lamenta qui un  mancato  esercizio
della delega da parte del legislatore, ne' un suo parziale esercizio:
ipotesi, queste, che secondo la  costante  giurisprudenza  di  questa
Corte  possono  si'  determinare  una  responsabilita'  politica  del
Governo verso il Parlamento,  ma  non  una  violazione  dell'art.  76
Cost., a meno che il mancato parziale esercizio della  delega  stessa
non comporti uno stravolgimento della legge di delegazione  (sentenze
n. 304 del 2011, n. 149 del 2005, n. 218 del 1987, n. 8 del 1977 e n.
41 del 1975; ordinanze n. 283 del 2013 e n. 257 del 2005). 
    Il giudice a quo lamenta, invece, la non corretta  osservanza  di
uno specifico criterio di delega - quello di cui  all'art.  1,  comma
16, lettera a), della legge n. 103 del  2017  -  che  il  Governo  ha
deciso di esercitare mediante il decreto legislativo n. 36 del  2018,
che ha per l'appunto previsto la  procedibilita'  a  querela  di  una
serie di delitti contro la persona e contro  il  patrimonio  previsti
dal codice penale e puniti con pena detentiva non superiore a quattro
anni.  Nell'esercitare  tale  delega,  il  Governo  avrebbe  -  nella
prospettiva del rimettente - arbitrariamente omesso di  prevedere  la
procedibilita' a querela del delitto di cui all'art.  590-bis,  primo
comma, codice penale, anche se tale delitto  prevede  pene  detentive
inferiori nel massimo al limite di quattro anni indicato dalla  legge
delega, e nonostante non ricorra - secondo il giudice a quo -  alcuna
delle ipotesi eccezionali nelle quali doveva, in base al citato  art.
1, comma 16, lettera a), della legge n. 103 del 2017, conservarsi  la
regola previgente della procedibilita' d'ufficio. 
    Come e' accaduto nella recente sentenza n. 127 del 2017, la Corte
e' dunque chiamata a valutare se il Governo, nell'esercitare in parte
qua la delega conferitagli dal Parlamento, abbia o  meno  errato  nel
dare applicazione ai principi e ai criteri direttivi il cui  rispetto
condiziona,  in   forza   dell'art.   76   Cost.,   la   legittimita'
costituzionale del decreto legislativo. 
    Ove risultasse che il Governo abbia interpretato e  applicato  in
maniera non corretta il criterio di delega in parola, e abbia  quindi
indebitamente omesso di prevedere la  procedibilita'  a  querela  del
delitto di cui all'art. 590-bis, primo  comma,  codice  penale,  tale
omissione si risolverebbe in una violazione dell'art. 76  Cost.:  non
diversamente, del resto, da cio' che accadrebbe ove il Governo avesse
previsto la procedibilita' a querela di  un'ipotesi  delittuosa  che,
secondo  le  indicazioni  del  legislatore  delegato,  doveva  invece
restare procedibile d'ufficio.» 
    Ebbene, la vicenda ora  in  esame  pare  porre  una  problematica
simile, suscettibile di essere risolta  secondo  lo  stesso  percorso
logico descritto dalla Corte costituzionale nella citata  sentenza  e
sopra riportato. In quel caso il criterio di  delega  era  quello  di
prevedere la procedibilita' a querela per i reati contro  la  persona
puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con  la  pena  edittale
detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o
alternativa alla pena pecuniaria, fatte salve  talune  eccezioni  ivi
elencate; in questo caso il criterio di delega e' quello di prevedere
la trasformazione in illeciti amministrativi di tutti i reati  puniti
con la sola pena edittale pecuniaria, fatte  salve  talune  eccezioni
ivi elencate. 
    2.15 In via subordinata, si chiede alla Corte  costituzionale  di
di dichiarare l'illegittimita' costituzionale  dell'art.  1,  decreto
legislativo n. 7/2016 - nella parte in cui non prevede l'abrogazione,
trasformandolo  in  illecito  amministrativo,  del   reato   previsto
dall'art. 10-bis decreto legislativo n. 286/1998 - per violazione del
criterio di delega di cui all'art. 2, comma 3, lettera b),  legge  n.
67/2014 e quindi dell'art. 76 Cost. 
    Al riguardo, si deve rilevare che il Governo  ha  proceduto  alla
trasformazione di numerosi reati in illeciti  amministrativi  con  il
decreto legislativo n.  8/2016,  ma  quest'ultimo  aveva  particolare
riguardo  all'art.  2,  comma  2,  legge  n.  67/2014  (espressamente
citato); era viceversa con il decreto legislativo n.  7/2016  che  il
Governo dava attuazione alla delega ricevuta in relazione all'art. 2,
comma 3, legge n. 67/2014. 
    Quindi, benche' la materia della depenalizzazione  del  reato  ex
art. 10-bis decreto  legislativo  n.  286/1998  sia  piu'  affine  al
contenuto del decreto legislativo n. 8/2016 (il  decreto  legislativo
n. 7/2016 si occupa invece di abrogare talune norme incriminatrici  e
di prevedere per i fatti ivi gia' previsti delle sanzioni  pecuniarie
civili), si reputa piu'  corretto  individuare  il  provvedimento  da
censurare nel decreto legislativo n. 7/2016  ed  in  particolare  nel
relativo art.  1  che  ha  previsto  l'abrogazione  di  alcune  norme
incriminatrici. 
    2.16   Valgono,   con   riguardo   al   vizio   qui   denunciato,
considerazioni analoghe  a  quelle  sopra  esposte  con  riguardo  al
decreto legislativo n. 8/2016  in  relazione  all'art.  2,  comma  2,
lettera a), legge n. 67/2014. 
    Il Legislatore delegato non si e' limitato a esercitare  solo  in
parte la delega ricevuta, ma ha esercitato  la  delega  violando  uno
specifico principio e criterio direttivo, dal  significato  letterale
inequivoco e  la  cui  importanza  emergeva  chiaramente  dai  lavori
preparatori della legge delega. 
    2.17 Qualora fosse accolta tale questione subordinata, ad  avviso
di questo  giudice  occorrerebbe  in  via  consequenziale  dichiarare
l'illegittimita' costituzionale  altresi'  dell'art.  10-bis  decreto
legislativo  n.  286/1998  nella  parte  in  cui  prevede   la   pena
dell'ammenda  da  5.000  a   10.000   euro   anziche'   la   sanzione
amministrativa da 5.000 a 10.000 euro. 
    Quanto alla cornice della sanzione pecuniaria,  la  stessa  viene
individuata nel range tra 5.000 euro e 10.000 euro e  non  in  quello
tra 5.000 euro e 30.000 euro (previsto dall'art. l, comma 5,  decreto
legislativo n. 8/2016) in ragione del fatto che il criterio di delega
di cui all'art. 2, comma 2, lettera e), legge n. 67/2014 (di  cui  il
citato art. 1, comma 5, decreto legislativo n. 8/2016  ha  costituito
attuazione) ha riguardo per l'appunto alla depenalizzazione  prevista
dall'art. 2, comma 2, legge n.  67/2014  e  non  pare  poter  trovare
applicazione con riguardo all'attuazione dell'art. 2, comma 3,  legge
n. 67/2014. 
    In mancanza di altro parametro, pare quindi potersi mantenere  la
cornice edittale gia' prevista dall'art. 10-bis  decreto  legislativo
n. 286/1998, fatta salva la natura  amministrativa  pecuniaria  della
sanzione anziche' penale. 
    2.18  Tanto  con  riguardo  al  decreto  legislativo  n.   8/2016
(censurato  in  via  principale)  quanto  con  riguardo  al   decreto
legislativo n.  7/2016  (censurato  in  via  subordinata),  non  pare
possibile un'interpretazione conforme. 
    Il testo dei due provvedimenti non e' infatti  interpretabile  in
modo compatibile con i due criteri di  delega  fissati  dall'art.  2,
comma 2, lettera a) e dall'art. 2, comma  3,  lettera  b),  legge  n.
67/2014. 

(1) Cosi' la relazione illustrativa: «Nonostante la condizione  posta
    dalla Commissione giustizia della  Camera  dei  deputati  non  si
    ritiene di esercitare la delega anche con riferimento al reato di
    cui all'art. 10-bis del decreto legislativo 25  luglio  1998,  n.
    286. Ribadita l'argomentazione sopra  esposta  sulla  assenza  di
    infedelta' alla delega, le ragioni politiche sottese alla  scelta
    di non attuare le direttive di depenalizzazione  vanno  parimenti
    ricercate nel carattere particolarmente sensibile degli interessi
    coinvolti dalle  fattispecie  in  esame:  per  tali  materie,  in
    assenza di un intervento sistematico di piu'  ampio  respiro,  lo
    strumento repressivo penale  appare,  invero,  indispensabile  ai
    fini della composizione del conflitto innescato dalla commissione
    dell'illecito». 

(2) Seduta del 16 gennaio 2014, pag. 13 del resoconto stenografico. 

(3) Seduta del 21 gennaio 2014, pag. 89 del resoconto stenografico. 

(4) Si vedano in particolare gli interventi del  senatore  Buccarella
    (primo presentatore in Commissione referente  del  subemendamento
    1.0.100/5, che aveva incontrato il parere favorevole del relatore
    di maggioranza e, una volta approvato, aveva comportato nel testo
    proposto   dalla   commissione   l'eliminazione   della   materia
    dell'immigrazione  dall'elenco  delle   materie   escluse   dalla
    depenalizzazione  e  la   previsione   espressa   nel   comma   3
    dell'abrogazione del reato ex art. 10-bis decreto legislativo  n.
    286/1998) e del senatore Buemi (nel corso  della  seduta  del  21
    gennaio 2014, rispettivamente a pag.  101  e  103  del  resoconto
    stenografico). 

(5) Si tratta in sostanza dei motivi che sono  stati  anche  posti  a
    base  delle  questioni  di  costituzionalita'  dell'art.   10-bis
    decreto legislativo n. 286/1998 sotto il profilo della violazione
    del principio di ragionevolezza di cui all'art. 3 Cost.,  che  la
    Corte costituzionale - allorche' e' giunta a vagliare  il  merito
    della questione - ha ritenuto  non  sussistente,  trattandosi  di
    aspetti attinenti ad una  valutazione  di  politica  criminale  e
    giudiziaria rientrante nella discrezionalita' del legislatore non
    sindacabile dalla Corte. Cosi la sentenza n. 250  del  2010:  «e'
    ben vero, in effetti, che le condotte che integrano il  reato  di
    cui  si  discute,  costituendo  nel  contempo  violazioni   della
    disciplina sull'ingresso e il  soggiorno  dello  straniero  nello
    Stato, erano e restano sanzionate,  in  via  amministrativa,  con
    l'espulsione disposta dal prefetto ai sensi dell'art.  13,  comma
    2, del decreto legislativo n. 286 del 1998: onde si riscontra una
    sovrapposizione - tendenzialmente  completa  -  della  disciplina
    penale a quella amministrativa. E'  altrettanto  vero  che,  alla
    luce della complessiva configurazione della norma  in  esame,  il
    legislatore mostra di considerare l'applicazione  della  sanzione
    penale  come  un  esito  "subordinato"  rispetto  alla  materiale
    estromissione  dal  territorio  nazionale  dello  straniero   ivi
    illegalmente presente. [...] Tale assetto normativo -  che  trova
    la sua ratio precipuamente <<nel diminuito interesse dello  Stato
    alla  punizione  di  soggetti  ormai   estromessi   dal   proprio
    territorio>>  [...]  non  comporta  ancora,  tuttavia,   che   il
    procedimento penale per  il  reato  in  esame  sia  destinato,  a
    priori, a rappresentare  un  mero  "duplicato"  del  procedimento
    amministrativo di espulsione (di norma, per giunta, piu' celere):
    e cio', a tacer d'altro, per la ragione che -  come  l'esperienza
    attesta - in un largo numero di casi non  e'  possibile,  per  la
    pubblica   amministrazione,   dare   corso   all'esecuzione   dei
    provvedimenti  espulsivi.  La  stessa  sostituzione  della   pena
    pecuniaria con la misura dell'espulsione da parte del  giudice  -
    configurata,  peraltro,  dall'art.  16,  comma  1,  del   decreto
    legislativo n. 286 del 1998 come soltanto discrezionale (<<puo>>)
    -  resta  espressamente  subordinata  alla  condizione  che   non
    ricorrano le situazioni che, ai sensi dell'art. 14, comma 1,  del
    medesimo decreto legislativo, impediscono l'esecuzione  immediata
    dell'espulsione con accompagnamento alla frontiera a mezzo  della
    forza  pubblica  (necessita'  di  procedere  al  soccorso   dello
    straniero, ad  accertamenti  supplementari  in  ordine  alla  sua
    identita' o nazionalita', all'acquisizione di  documenti  per  il
    viaggio, ovvero indisponibilita' di vettore o di altro  mezzo  di
    trasporto idoneo). E' pure difficilmente contestabile, per  altro
    verso, che - come da piu' parti criticamente rimarcato - la  pena
    dell'ammenda, applicabile  nei  casi  di  mancata  esecuzione  (o
    eseguibilita' immediata) dell'espulsione,  presenti  una  ridotta
    capacita' dissuasiva:  e  cio',  a  fronte  della  condizione  di
    insolvibilita'  in  cui   assai   spesso   (ma,   comunque,   non
    indefettibilmente)  versa  il   migrante   irregolare   e   della
    difficolta' di convertire la pena rimasta  ineseguita  in  lavoro
    sostitutivo o in obbligo di permanenza domiciliare (art.  55  del
    decreto legislativo n. 274  del  2000),  stante  la  problematica
    compatibilita' di tali misure con  la  situazione  personale  del
    condannato, spesso privo di fissa dimora  e  che,  comunque,  non
    puo' risiedere legalmente in Italia. Simili valutazioni - al pari
    di quella attinente, piu' in generale, al rapporto fra  "costi  e
    benefici" connessi all'introduzione della nuova figura criminosa,
    rapporto secondo molti largamente deficitario (tanto piu'  in  un
    sistema che gia' prevede, in caso di mancata esecuzione immediata
    dell'espulsione, l'ordine di  allontanamento  del  questore,  che
    innesca la piu' energica tutela penale predisposta dall'art.  14,
    comma  5-ter,  del  decreto  legislativo  n.  286  del  1998)   -
    attengono, tuttavia, all'opportunita' della scelta legislativa su
    un piano di politica criminale e giudiziaria: piano  di  per  se'
    estraneo al sindacato di costituzionalita'». 

(6) Art. 1 comma 16: Il Governo e' delegato ad adottare, nel  termine
    di un anno dalla data di entrata in vigore della presente  legge,
    decreti legislativi per la modifica della disciplina  del  regime
    di procedibilita' per taluni reati e delle  misure  di  sicurezza
    personali e per il riordino di alcuni settori del codice  penale,
    secondo i seguenti principi e criteri direttivi: a) prevedere  la
    procedibilita' a querela per i reati contro la persona puniti con
    la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva
    non superiore nel massimo  a  quattro  anni,  sola,  congiunta  o
    alternativa alla pena pecuniaria, fatta eccezione per il  delitto
    di cui all'art. 610 del codice penale, e per i  reati  contro  il
    patrimonio previsti dal codice penale,  salva  in  ogni  caso  la
    procedibilita'  d'ufficio  qualora  ricorra  una  delle  seguenti
    condizioni: 1) la persona offesa sia  incapace  per  eta'  o  per
    infermita';  2)  ricorrano  circostanze  aggravanti  ad   effetto
    speciale ovvero le circostanze indicate nell'art. 339 del  codice
    penale; 3) nei reati contro il patrimonio, il danno arrecato alla
    persona offesa sia di rilevante gravita'; [...] 
 
                               P.Q.M. 
 
    Visti gli articoli 134 Cost., 23 ss. legge n. 87/1953, 
    Ritenute le questioni rilevanti e non manifestamente infondate, 
    Solleva d'ufficio questione di legittimita' costituzionale -  per
violazione dell'art. 76 Cost. - della norma di cui all'art. 1,  comma
4, decreto legislativo n. 8/2016 nella parte in cui  prevede  che  la
disposizione del comma 1 dello stesso art. l decreto  legislativo  n.
8/2016 non si applichi ai reati di  cui  al  decreto  legislativo  25
luglio 1998, n. 286; 
    nonche', in subordine 
    Solleva questione di legittimita' costituzionale - per violazione
dell'art.  76  Cost.  -  della  norma  di  cui  all'art.  1   decreto
legislativo n. 7/2016 nella parte in cui non  prevede  l'abrogazione,
trasformandolo  in  illecito  amministrativo,  del   reato   previsto
dall'art. 10-bis, decreto legislativo  25  luglio  1998,  n.  286,  e
conseguentemente dell'art. 10-bis, decreto  legislativo  n.  286/1998
nella parte in cui prevede la pena dell'ammenda  da  5.000  a  10.000
euro anziche' la sanzione amministrativa da 5.000 a 10.000 euro. 
    Sospende  il  giudizio  in  corso,  ed  i  relativi  termini   di
prescrizione, fino  alla  definizione  del  giudizio  incidentale  di
legittimita' costituzionale. 
    Dispone l'immediata trasmissione alla Corte costituzionale  della
presente ordinanza e degli atti del procedimento,  comprensivi  della
documentazione  attestante  il   perfezionamento   delle   prescritte
comunicazioni e notificazioni di cui al successivo capoverso. 
    Manda  alla  cancelleria  per  la  notificazione  della  presente
ordinanza al Presidente del Consiglio dei ministri,  nonche'  per  la
comunicazione ai Presidenti della Camera dei deputati  e  del  Senato
della Repubblica e  per  la  successiva  trasmissione  del  fascicolo
processuale alla Corte costituzionale. 
    Da' atto, anche ai fini di cui all'art. 23,  comma  4,  legge  n.
87/1953, che la presente ordinanza e' stata letta in udienza  e  che,
pertanto essa deve intendersi notificata a coloro che sono  o  devono
considerarsi presenti, ex art. 148, comma 5 c.p.p. 
        Firenze, 17 luglio 2023 
 
                     Il Giudice: Franco Attina'